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Ascolta e rispondi! Sii social.

Suona come un ordine, e in effetti vuole esserlo. L’unica via che le aziende hanno per relazionarsi con i propri clienti all’epoca dei Social Network.social-cloud

I social network non possono più essere lasciati da parte dalle aziende.  Non è possibile ragionare solo in termini di comunicazione. Non il solo reparto comunicazione può occuparsi della gestione social di un’azienda. Deve farlo in completa sinergia con tutte le aree aziendali. Basta un solo esempio ad esplicare il concetto: i social possono divenire un efficace strumento di customer care.

I social media rappresentano il brand. E’ inevitabile che quello che viene pubblicato (sia dall’azienda stessa, che dai clienti) sui social diventi una rappresentazione dell’azienda. Post, commenti, tweet, video e immagini contribuiscono alla creazione di una reputazione buona (o meno) della compagnia.

Accettando e facendo propri i due presupposti qui sopra, ecco che le aziende hanno molti strumenti di cui ‘armarsi’ per relazionarsi con i propri clienti (Facebook, Twitter, Google+, LinkedIn, YouTube…). Si va oltre la sola relazione, è necessario prendersi cura del consumatore e creare insieme a lui. Tradotto: ascoltare prima e rispondere poi.

Il consumatore pone domande, cerca risposte, esprime opinioni, racconta le sue esperienze dirette con i prodotti, vuole essere ascoltato. I social network sono il luogo nel quale tutto questo avviene. Al loro interno la voce dell’azienda è imperativa.

Il rapporto fra consumatore e azienda non può essere unidirezionale, in un senso o nell’altro, deve essere gestito da entrambe le parti. Prendersi cura del consumatore vuol dire relazionarsi con esso, rispondendo alle domande e alle critiche, raccontando loro nuovi prodotti e fornendo dati.

All’interno delle aziende agiranno professionisti in grado di gestire queste relazioni, relazionandosi agli altri reparti dell’azienda stessa. Il Web Communication Manager, coordinando un team di professionisti si occupa di ottimizzare la comunicazione dell’azienda all’interno della rete, insieme al Social Media Manager e al Community Manager. Il SMM si occupa di gestire la presenza social. Il CM gestisce, osserva e analizza le community online.

In Italia non sono molte le aziende che hanno strutturalmente inserito queste figure professionali.Spesso le loro competenze sono esercitate da un solo professionista oppure in alcuni casi da diverse persone.

Mi ero ammalata senza un lavoro a Londra ho ritrovato la dignità

imagesDal blog Iotornose la storia di una giornalista freelance che per svolgere il proprio lavoro con dignità e con la giusta retribuzione è dovuta emigrare in Inghilterra. Al netto dell’impietoso spaccato del mercato del lavoro italiano, la storia di Lou racconta bene cosa “bisogna saper fare” per essere giornalisti digitali, oggi.

“Io torno a fare la giornalista se in Italia mi pagheranno allo stesso modo e se mi tratteranno con lo stesso rispetto dell’Inghilterra, senza dover pestare i piedi ad altri, a 28 anni, per accaparrarmi 20 euro in più e una firma sul giornaletto locale”.
Lou Del Bello, 29 annigiornalista free-lance a Londra

Talvolta di non lavoro ci si può anche ammalare. Lou Del Bello le ha provate tutte in Italia per vivere della sua passione, il giornalismo. L’infelicità le sembrava una condizione normale. Poi una telefonata di un vecchio amico bolognese partito per l’Inghilterra, dove da giornalista free-lance si stava togliendo molte soddisfazioni. «Vieni qui, puoi farti strada». Animo e coraggio, Lou lo ha seguito e oggi non vede più la via del ritorno nell’Italia dei 25mila giornalisti precari (circa i due terzi del totale), il 62% dei quali denuncia un reddito inferiore ai 5000 euro l’anno. Le cifre percepite, in assenza di una legge che regoli l’equo compenso, arrivano anche a 3 euro al pezzo.

Lou iniziò come giornalista a 21 anni, circa otto anni fa, in un giornale locale della Bassa Romagna. La gavetta, però, non le dava alcuna prospettiva di guadagno e per lei, di famiglia economicamente modesta, non poteva essere un investimento a tempo indeterminato.
Molto interessata alle tematiche ambientali, Lou  decise così di creare nel 2009, insieme ad alcuni amici, il progetto Sottobosco.info, un sito su ambiente, lifestyle ed iniziative verdi, con particolare attenzione al territorio dell’Emilia Romagna. Meglio lavorare gratis per un progetto proprio che per uno altrui. Intanto si era laureata in Scienze della Comunicazione a Bologna e stava per terminare la specialistica in Semiotica.

A quel punto, però, aveva bisogno di trovare un lavoro retribuito e fu assunta a Roma da un sito web di informazione generalista. «Sono rimasta per 6 mesi ma è stata un’esperienza molto negativa, non mi piaceva affatto l’idea di giornalismo che mettevano in pratica,  contravveniva alla mia etica e non mi dava alcuna prospettiva di crescita professionale».

Tornata a Bologna, Lou inizia a lavorare nelle pubbliche relazioni di un’azienda bolognese, un ente di certificazione del settore biologico, dove però non aveva prospettive interessanti. E poi lei voleva fare la giornalista free-lance. «Non riuscivo a trovare nulla di interessante. Molti mi rimproveravano di non volermi adattare, persino di non voler fare la gavetta. Ho sentito molte volte mascherare la piaggeria sotto il termine “flessibilità”. A quasi 28 anni, trovo inaccettabile l’idea di dover pestare i piedi a qualcun altro per accaparrarmi 20 euro in più e una firma sul giornaletto locale. Ne faccio tuttora una questione di dignità e professionalità».

Poi è arrivato il giorno più importante della sua vita, era il 26 dicembre 2011: «Delusioni e stress  cominciavano ad impattare anche sulla mia salute, mi beccai una bella gastrite nervosa che mi ha accompagnato per molti mesi a venire. Alcuni amici mi dicevano, saggiamente, di cambiare mestiere, ma io restavo convinta che una soluzione al mio problema dovesse esserci. Me la fornì un amico che stava a Londra, mi raccontò la sua esperienza positiva e mi chiese scherzosamente: “Ti ho convinto”? Presi quello scherzo seriamente. Mi resi conto che altrove c’erano delle possibilità, che puntare su un contesto economico e professionale differente era un buon investimento. La mia risposta fu: “Sì, mi hai convinto”. E stavolta ero molto seria».

Ovviamente progettare una vita altrove non è uno scherzo, i mesi seguenti alla sua decisione Lou li ha  dedicati a prepararsi un futuro senza inciampi: ha rinforzato il suo inglese e ha fatto il test IELTS, una certificazione necessaria per essere ammessi all’università. Non senza sforzo ha ottenuto un prestito d’onore da una banca. Ventimila euro e una borsa di studio sono bastati per pagare le tasse di un Postgraduate in Giornalismo Scientifico alla City University di Londra, probabilmente la più prestigiosa università a livello europeo per quanto riguarda il giornalismo. «Avevo 28 anni, il tempo per entrare nel mondo del lavoro stava per scadere, non potevo permettermi un altro passo falso».

Diversi stage le hanno dato la possibilità di entrare in contatto con realtà di primo piano del giornalismo inglese come il Guardian, per il quale ha realizzatoun blog sul tema delle energie rinnovabili. Ora Lou fa la free-lance e collabora in maniera continuativa con una rivista che si occupa di energie rinnovabili, scienze e tecnologie nei Paesi in via di sviluppo, Scidev.net. Il suo punto di forza è la multimedialità e duttilità, grazie alla capacità di realizzare audiogallerie, podcast, pezzi scritti, video.

Lou ha già progetti e commissioni che la terranno impegnata per i prossimi mesi: «C’è un rapporto di fiducia tra il committente e il giornalista. Se io dico che mi occorrono X giorni o ore per fare un lavoro,quelle ore mi vengono pagate. La mia tariffa è: 25 pound all’ora fino a 4 ore di lavoro, mentre la tariffa giornaliera è in media di 200 pound. 
Per un‘audioslide show di 4 minuti arrivano a pagare 400 sterline, più le spese di viaggio. Sono andata anche in Olanda per realizzarne una. Un podcast viene pagato in media 200 sterline, e stiamo parlando di riviste che non ricevono finanziamenti pubblici, ma per lo più donazioni da parte di enti benefici».

La crisi dell’editoria si sente anche in Inghilterra ma ci sono realtà di medie dimensioni, come Scidev.net, che prosperano producendo contenuti di alta qualità e trattando i collaboratori con dignità e rispetto. Gli editori, inoltre, non intervengono quasi mai nel merito del lavoro dei giornalisti: «è molto raro, soprattutto nel lavoro scientifico, vedere pubblicato un articolo sbilanciato o, peggio ancora, una “marchetta”». Lou spiega che ogni pezzo giornalistico passa tre livelli di editing: si manda a un editor, che lo rimanda indietro con delle domande e osservazioni, lo si rimanda allo stesso editor e , se va bene, questi lo inoltra a un sub-editor che corregge il linguaggio e rende il tutto più armonioso. Non è un problema, pertanto, se ancora la sua padronanza dell’inglese non è eccellente come quella di un madrelingua e se commette qualche errore grammaticale.

Finalmente Lou si sente apprezzata per il suo lavoro e a Londra è felice, ha trovato ottimi amici e cerca di evitare la compagnia esclusiva di altri italiani. «Non ci torno volentieri neanche per le vacanze in Italia. Ormai la mia battaglia è persa, ci ho provato ma non ce l’ho fatta, e per rabbia sono andata via. Anzi, sono stata fortunata a non avere avuto una singola possibilità lavorativa: a un certo punto ero così disperata che, se mi avessero dato un’opportunità da 300 euro al mese per rimanere a Bologna, non sarei andata via. Invece ora sono qui».

Sempre meglio che lavorare (gratis)

imagesLa storia di Effecinque, nata dalla Totem di Franco Carlini diventa uno spaccato di una professione, quella giornalistica, che vive in mezzo al guado di una crisi occupazionale pesantissima, di situazioni di sfruttamento gravi da sanare ma anche nel pieno di una rivoluzione digitale che ne sta ridisegnando i confini e riformulando i fondamentali professionali. Da Valigia Blu

di effecinque Agenzia giornalistica (Copyright © valigiablu.it)

Il mondo del giornalismo che cambia, la crisi, i social network. L’esperienza di giovani giornalisti-freelance-imprenditori-comunicatori-esperti digitali che hanno fondato l’agenzia di servizi Effecinque: «La prima cosa che si impara lavorando corpo a corpo con internet è fare rete. Ma sappiamo che la stabilità è un miraggio».

Mi ricordo una volta un collega della carta stampata – quasi coetaneo, sveglio, non certo il pensionando dorato che ancora si lustrava la sua Lettera 22 – che un po’ scherzando, un po’ seriamente ci diceva: “Perché noi giornalisti…”, e poi, dopo un attimo di incertezza: “…e includo anche voi, dai…”. E naturalmente l’accondiscendenza sull’essere giornalista e su che cosa è un giornalista non aveva a che fare coi tesserini – che per altro avevamo tutti. Riguardava semmai il fatto che noi non lavoravamo in un giornale “di carta”, bensì in una strana web agency, dove si scrivevano pezzi e approfondimenti per l’online, nonché per la carta; dove si realizzavano e si gestivano portali, blog, progetti di comunicazione digitale; dove poteva capitare di avere a che fare con l’aggiornamento di un sito di notizie sull’agricoltura biologica, col portale della PA da sistemare, o con un pezzone di esteri per una testata nazionale.

Era la Totem di Franco Carlini, erano i primi anni duemila, eravamo (ed è solo uno dei tanti meriti di Franco) quasi tutti assunti regolarmente come art 1, e i social media erano ancora di là da venire, così come la crisi economica. Ma c’era già tutto. C’era già la dimensione del giornalista come un professionista della comunicazione, che, sì, deve saper scrivere un pezzo – la breve, l’analisi, e l’inchiesta, all’occorrenza – ma deve anche sapere come va gestito un sito di notizie, che sia corporate o una testata registrata.

Deve avere un’idea di come far funzionare e di cosa mettere in una newsletter (allora), o una pagina Facebook (oggi). Deve sperimentare gli ultimi strumenti usciti, e prestarsi a fare lavori non prettamente legati all’idea più tradizionale di reporter, ma profondamente connessi con la rivoluzione digitale che stiamo vivendo. Del resto Franco, che aveva contribuito a fondare Il manifesto e per anni ne ha gestito alcune pagine, le indimenticabili Chips & salsa, che era considerato giustamente un pioniere della Rete in Italia e il miglior divulgatore tecnologico, non disdegnava sedersi alla scrivania e sporcarsi le mani con codici, formattazioni, ma anche blog, siti, e tutto l’umile armamentario del professionista digitale.

Questo per sgombrare subito dal campo l’equivoco insopportabile del “sempre meglio che lavorare”. In un momento in cui il lavoro giornalistico sembra semplicemente non esserci – non ci sono posti, in sostanza, e rischiano di essercene sempre meno – usciamo una volta per tutte dalla mitologia del lavoro che non è un lavoro. Certo che lo è, e come altri lavori qualificati richiede tempo, competenze, esperienza e dedizione, oltre che diverse specializzazioni. E in genere lo si fa per campare, così come campano perfino i luminari della medicina del proprio lavoro. O gli informatici. O gli avvocati. Altrimenti è un hobby come la barca a vela. E perfino più costoso e senza abbronzatura garantita.

Abbracciare con convinzione questa idea in verità banale e lapalissiana – invece di urlare al mondo che no, senza scrivere non possiamo vivere noi, perché siamo in missione per conto del dio Giornalismo – potrebbe servire anche ad affrontare diversamente il rapporto con gli editori e la questione della retribuzione e dei diritti. Ma servirebbe anche a focalizzare meglio il dibattito sull’identità del giornalismo oggi.

È stato a partire da un simile coacervo di riflessioni che qualche anno fa, con altri tre colleghi di Totem, abbiamo fondato un’altra agenzia giornalistica, Effecinque. È sufficiente scrivere articoli – ci siamo chiesti, mentre il contesto attorno a noi, e lo stesso web, stavano mutando rapidamente – ma anche solo gestire blog, realizzare fotogallery, twittare breaking news? Cosa altro si può fare che abbia un valore informativo, che sia interessante, utile, ma anche piacevole e con cui comunque continuare a pagarci uno stipendio a fine mese? (Qualsiasi riflessione sul giornalismo, e qualsiasi progetto editoriale, che non tengano conto di quest’ultimo aspetto sono destinati a fallire, oltre che essere decisamente ipocriti…).

E così abbiamo iniziato a sperimentare formati e forme di collaborazione nuove: video in motion graphic coi nostri partner di Tiwi, data journalism con gli amici di DataNinja e Wired, collaborazioni con realtà simili alla nostra come China Files, timeline interattive, Storify e via dicendo. Il tutto senza dimenticare di fornire servizi più tradizionali, piani editoriali per specifici progetti, scalette giornalistiche, ma anche inchieste, reportage, approfondimenti, magari perfino per l’amata/odiata carta. Si lavora in rete, su singoli progetti, raccogliendo le competenze specifiche e necessarie, mettendoci sempre un taglio giornalistico, cercando quando si può di innovare, e comunque di fare al meglio quel lavoro.

Senza dimenticare la parte amministrativa, le fatture, il rapporto coi nostri stessi collaboratori, i problemi di cash flow. Siamo freelance, siamo imprenditori di noi stessi, siamo giornalisti, comunicatori, esperti di Rete? Boh… Forse tutte queste cose assieme, a seconda del cappello che indossiamo. Ci diventeremo ricchi? No. Ci campiamo? Sì, ma il come dipende dai periodi (discreto il 2011, così così il 2012, buono, per ora, il 2013). Sappiamo che la stabilità è un miraggio e che da qui a 18 mesi potremmo non essere più sul mercato.

E dimenticati i fasti dell’art 1 di un tempo, stiamo ancora cercando di capire la giusta formula contrattuale, che ci offra garanzie ma sia abbastanza flessibile da seguire le fluttuazioni del mercato di un’agenzia piccola come la nostra. Di sicuro crediamo che il giornalismo abbia bisogno di arricchirsi, di cambiare, di innovare, di sperimentare. Così come ne hanno bisogno i singoli giornalisti, e soprattutto i freelance, e non perché siano da meno dei colleghi contrattualizzati, anzi. Non è facile farlo, naturalmente, perché costa tempo e denaro e gli editori (ma non solo loro) vogliono tutto, subito e a basso prezzo.

Ma la prima cosa che si impara lavorando corpo a corpo con internet è proprio quella di fare rete. Tra di noi. Tra giornalisti, programmatori, grafici, esperti di social media, editori digitali. A volte è una faticaccia. A volte è un buco nell’acqua. Ma a volte vengono fuori cose davvero speciali. Nate dal basso, da piccole realtà come le nostre, e non dai mogul dell’informazione. E magari è pure molto divertente. E, sì, è “sempre meglio che lavorare (gratis)”. PS: Dall’esperienza di Totem, oltre a effecinque, sono nate altre due società una delle quali sviluppa videogiochi. Gli ex-totems li trovi che lavorano con e nelle maggiori testate italiane. Per dire che buone idee possono finire ma se sono davvero buone seminano…
http://www.valigiablu.it/sempre-meglio-che-lavorare-gratis/
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Lavorare per e con la rete

L’intervista doppia a Daniele Chieffi e a Claudia Dani, co-autori di “Working in Web”, pubblicata su Lsdi.it

Nell’ultimo incontro diGiornalisti Digitali e Dintorni, la rassegna su giornalismo e comunicazione 2.0 in corso di svolgimento al Caffè letterariodelle Murate di Firenze si parlerà anche del libro a sei mani Working On Web , come non si inventa una professione, scritto per Franco Angeli editore da Daniele ChieffiClaudia Dani e Marco Renzi.

Per realizzare il dossier sul libro che introduce l’ incontro di mercoledì 17 luglio alle ore 18,30, abbiamo chiesto a due di loro, Chieffi e Dani, che saranno anche ospiti all’incontro fiorentino,  di rispondere a cinque  domande sul libro. Ecco le due interviste.
Lsdi: << Perchè questo libro?>>

Claudia Dani : << La forza e il perché del libro fondano nell’aver voluto indagare un ambito che raramente indaga se stesso. Oltre che nel fatto che si tratta di un’analisi svolta su qualcosa di concreto e tangibile. La situazione italiana attuale del lavoro con e nel web.Da una parte, l’analisi di mondi anglofoni nei quali il rapporto fra comunicazione e web paiono essere ben consolidati e le professioni ben definite, anche se alla fine dello studio la tesi non è stata totalmente confermata. Dall’altra, le interviste a chi, in Italia quei ruoli li ricopre ogni giorno. Qui sta la ‘vitalità’ del libro. A livello personale, ritengo che l’evoluzione stessa del libro sia la forza di esso: un’inchiesta che a volte ha offerto risposte che non si aspettavano, altre ha posto altre domande. Un altro perché sta nella volontà di emergere in mezzo ad una pila di altri testi dal titolo simile che però si limitano a ‘filosofeggiare’ sull’argomento e non a concretizzare. In ultimo questo libro andava scritto, perché non si possono definire ‘nuove’ professioni del web ma ruoli professionali ‘dinamici’>>.

Daniele Chieffi:<< Che il digitale rivoluzioni le dinamiche della comunicazione è ormai un dato acquisito. Che questo, da una parte crei nuove opportunità e figure professionali e modifichi profondamente quelle esistenti è altrettanto certo. Più complesso è disarticolare questi processi e comprendere quali siano, nello specifico, queste “nuove professioni”, spesso dai nomi tanto fantasiosi quanto vuoti di reale significato. Chi si avvicina a questo mondo (giovani in cerca di lavoro, professionisti che si devono aggiornare o riqualificare), si trova di fronte a una serie di definizioni ma nessuna che spieghi effettivamente cosa sia necessario saper fare e come. Il libro nasce per colmare proprio questa “lacuna”. Per far questo era necessario partire dal concreto, ovvero capire che cosa facessero questi nuovi “professionisti digitali”, isolarne le competenze, vecchie e nuove, e scoprire (ed è un merito di questo testo) che le definizioni sono spesso vuote, i problemi ancora tanti, e molta la confusione. Ma che le opportunità di lavoro ci sono, così come le competenze che bisogna avere >>.

Lsdi: << Quali sono fra le professioni esaminate quelle che a tuo giudizio ritieni fondamentali e perchè, in chiave Italia? >>

Claudia Dani :<< Senza dubbio il Data Journalist e il Content Curator. Incarnano i valori dell’etica fondamentale del giornalismo classico e l’unica, almeno a mio parere, via per il futuro della comunicazione online: la presentazione dei contenuti online al meglio e fruibili che possano svolgere al pieno la funzione di informazione. Perché è fondamentale il DJ? Il mondo dell’informazione attuale è spesso animato di messaggi non interpretabili da tutti e in numero sempre maggiore, oltre che essere sotto forma di dati, che vanno decifrati e resi fruibili. Il Data Journalist è essenziale perché sa scegliere i dati utili e li rende leggibili. Allo stesso modo chi si occupa di trovare la forma più idonea per presentare contenuti e informazioni online (Content Curator) sceglie quelli utili allo scopo, è fondamentale nell’informare e comunicare nel web. In Italia, più che mai, è necessario che un professionista sappia leggere, interpretare e presentare i dati, allo stesso tempo è fondamentale il ruolo professionale di chi renda fruibili a lettori pigri o sommersi di input contenuti importanti >>.

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Daniele Chieffi :<< Più che di professioni parlerei appunto di competenze. Tre, a mio giudizio, quelle assolutamente irrinunciabili: Capacità di gestione delle conversazioni social e delle dinamiche stesse delle piattaforme che permettono l’interazione. Capacità di ascolto e di analisi dei bisogni, interessi ed esigenze del proprio pubblico di riferimento ovvero della community e capacità di utilizzare tutti gli strumenti per la produzione di contenuti (testuali, grafici, immagini, video) >>.

Lsdi :<< Comunicatori e giornalisti sono davvero così diversi oggi? Differenze, assonanze, convergenze. >>.

Claudia Dani :<< Non credo siano diversi in modo netto, credo più probabile che il futuro delle due professioni sia un ‘meltin pot’ di competenze e skill. Queste possono essere le stesse, ma la risposta sta nel destinatario del messaggio. Il lettore-utente sul web è attivo, interagisce, sceglie di chi fidarsi sia esso un giornalista o un comunicatore aziendale. La chiave di lettura sta nel comprendere che ogni utente creerà il proprio quotidiano online, fatto di link personalmente scelti dalle diverse fonti. Il quotidiano sarà fatto da scelte basate sulla fiducia. Chi si conquista questa fiducia? Il Content Curator aziendale da una parte e il Giornalista Storyteller dall’altra. Il primo produce contenuti efficaci che dalle aziende arrivano all’utente, il secondo sfrutta al meglio gli strumenti del web per raccontare fatti ed eventi >>.

Daniele Chieffi :<< Nella conclusione del libro sostengo che, in realtà, esiste un solo professionista della comunicazione digitale, che possieda la conoscenza approfondita di strumenti e modalità professionali per lavorare nell’ecosistema sociale che è il Web. Differiscono gli obiettivi e gli impianti deontologici ed etici che vanno poi rispettati. Un giornalista dovrà “fare il giornalista”, il comunicatore il suo mestiere ma utilizzeranno gli stessi “attrezzi del mestiere” >>.

Lsdi :<< Come proseguiresti questo cammino? Quale potrebbe essere il seguito ideale di questo libro? >>.

Claudia Dani :<< Prima accennavo ai ruoli dinamici, proprio questo è il seguito naturale del libro: essere un punto di discussione, di riflessioni dal quale muovere per affrontare una questione in continua evoluzione. Il blog www.workingonweb.it è il luogo naturale nel quale discutere sui contenuti del libro e dal quale, spero, possano emergere nuovi spunti lavorativi e aiuti per chi vuole entrare nell’ambito della comunicazione nel/per il web. Il seguito auspicato, invece, è che la lettura del libro possa suscitare azioni concrete da parte di chi tira le fila del mondo giornalistico, dell’editoria e delle aziende coinvolte. L’unica chiave che apra la porta è quella dell’aggiornamento costante, insieme all’essere ‘sul pezzo’: seguire i movimenti continui del web e di chi vi agisce dentro. Qui sta il cammino >>.

Daniele Chieffi :<< Il Web, il digitale è, per definizione, in continuo mutamento, semplicemente perché, essendo un ecosistema sociale e non un medium, rispecchia le dinamiche sociali e, in una sorta di circolo autoalimentato, contribuisce a modificarle. Un libro come questo non può, proprio perché ha la pretesa di accompagnare i lettori nella conoscenza di un mondo liquido, fermarsi. Seguire l’evoluzione delle professioni digitali, delle competenze e di come queste evolvano credo sia inevitabile e necessario >>.

Lsdi :<< Tre strade per un futuro professionale: brand journalism/ content curation/ data journalism: definisci professioni, spiega il tipo di attività e fornisci elementi per considerarle il futuro, o anche no>>.

Claudia Dani :<< Come ho già provato a spiegare, sicuramente due dei ruoli chiamati in causa saranno protagonisti del futuro del web. Il brand journalist – informare in nome di un brand, mantenendo ben saldi i principi del giornalismo – va certamente inserito nella triade. Non credo si tratti di tre strade diverse, ma strade che probabilmente uno stesso professionista percorrerà in base alle esigenze. Un punto fermo è quello che chiunque ricopra un ruolo unico ‘meltin pot’ o uno dei tre ruoli distinti, deve avere una conoscenza profonda e aggiornata dei social media. Nella definizione e funzione di questo termine sta il segreto per il workingonweb >>.

Daniele Chieffi :<< Sempre nella conclusione del libro sostenevo che il nuovo professionista digitale è l’ibrido di tutte le vecchie categorie professionali (comunicatori, giornalisti, marketer, pubblicitari, ecc.) ma con un dna più spiccatamente giornalistico, nel senso che deve avere il senso della notizia, la curiosità e la capacità di sintesi propria del giornalista. Se traduciamo questo con le categorie della domanda dovrà essere in grado di comprendere e tradurre la complessità dei big data, essere in grado di realizzare contenuti appealing e validi (content curation). Dall’altra parte le aziende hanno sempre più bisogno di professionisti in grado di “raccontarle” in modalità storytelling e chi meglio di un professionista in grado di utilizzare strumenti giornalistici su fonti aziendali potrà risolvere questa esigenza (brand journalist)? Ma, come si vede, alla fine, le competenze che emergono anche da quest’ultima analisi sono le medesime descritte prima: comprendere il proprio pubblico di riferimento (altrimenti una buona content curation è impossibile) che può essere tradotto in un buon “senso della notizia”, anche per un giornalista aziendale. Capacità di realizzare contenuti e capacità di gestire le conversazioni social che da questi scaturiscono >>

Social media editor: qualche ipotesi per un piano di lavoro in redazione

dal Blog di Lelio Simi Senzamegafono

245baa9ae1ac11e2b22122000a1fc95b_7Quando Jennifer Preston prima giornalista ad assumere il ruolo di social media editor in una grande giornale (era il 2011) annunciò, dopo solo due anni dalla sua nomina, che sarebbe tornata a fare la reporter a tempo pieno la cosa, a molti, sembrò del tutto naturale. Il ruolo aveva come obiettivo principale quello di evangelizzare i redattori del New York Times e introdurli all’uso quotidiano dei media sociali nel loro lavoro. Una volta evangelizzati, una volta digeriti da parte dei colleghi i socialcosi, il lavoro poteva dirsi concluso. Insomma già allora sembrava chiaro che per sua natura quello del social media editor fosse comunque un incarico nato con la data di scadenza.

Nonostante questo del ruolo del social media editor – della sua funzione e della sua reale utilità – se ne torna a parlare periodicamente. Ad esempio non molto tempo fa (fine maggio), per un articolo dove Rob Fishman di BuzzFeed dove di questa figura professionale si sentenzia la morte. Sì certo, quello di decretare la morte di qualcosa – qualunque cosa – in realtà è ormai diventato un filone (un sottogenere?) giornalistico molto prolifico. L’articolo però ha avuto il pregio di suscitare e mettere in circolo un po’ di opinioni interessanti sull’argomento.

Mathew Ingram ha fatto notare che “molti social media editor non sembrano realizzare effettivamente molto – il fatto è che tutto ciò che riguarda i social media è ormai diventato centrale per quello che la maggior parte dei mezzi di comunicazione stanno facendo, avere una persona specifica dedicata a farlo sembra un anacronismo”.

E in effetti questo ruolo professionale o è davvero capace di rinnovarsi continuamente o rischia di restare solo una delle tante etichette (social mediaqualcosa) da appiccicare su un biglietto da visita o un résumeé. Certo nelle testate più importanti un bel po’ di passi avanti ne sono stati fatti: dall’one-man-band che deve occuparsi di tutto quello che ruota attorno ai social media a staff organizzati e con mansioni molto più articolate. Quindi per i più oggi il questa figura professionale in realtà dovrebbe essere sempre più avere il ruolo di gestire il cambiamento tenendo il passo di una tecnologia che continuamente si evolve: chi fa informazione professionale oggi deve sempre misurarsi con nuovi strumenti e nuove piattaforme, serve quindi che queste novità sappia capirle, testarle e introdurle nel miglior modo all’interno del ciclo produttivo giornalistico. Oggi, insomma il ruolo ha bisogno anche di dare strategie e non solo di gestire i problemi quotidiani.

Il senso dell’evoluzione di questo ruolo, a mio giudizio l’ha dato Meghan Peters che a Mashable è community director (ruolo per il quale dirige uno staff di quattro persone che hanno compiti relativi anche ai media sociali) in un pezzo dove sostiene che “il nostro compito maggiore è immergerci nelle ultime tecnologie per quantificare e valutare il loro possibile valore per l’organizzazione. Funzioniamo come una sorta di centro di intelligencesociale”, perché “ci sarà sempre comunque bisogno di qualcuno che stia un passo avanti agli altri a sperimentare”. Emerging media editor è, non a caso, il nuovo ruolo assunto da qualche mese al Wall Street Journal daLiz Heron figura “storica” dell’introduzione dei media sociali nelle redazioni.

Tutto vero, però è anche da tenere di conto che fuori dal ristretto cerchio delle realtà più evolute, molto comunque resta da fare per migliorare la qualità e la pratica dell’uso dei media sociali nel lavoro quotidiano di un giornale (che sia online o su carta, ovviamente).  In fondo ha ragione Daniel Victor quando sostiene che a concentrarsi sempre sul “futuro” di questo ruolo si finisce anche per essere un po’ noiosi, soprattutto se ci si avvita sempre sui massimi sistemi e non si suggerisce qualcosa di concreto:

Anche per questo è forse più utile tornare ai “fondamentali” e, al di là di tutte le belle analisi, chiedersi: cosa deve fare concretamente oggi chi si occupa di social media in una testata per essere realmente utile alla redazione? Una domanda questa – che si è posta in un belll’articolo Mandy Jenkins interactive editor (un altro termine per dire “qualcuno che si occupa di innovazione dentro la redazione”) a Digital First Media: le sue risposte mi sembrano ottime e quindi le ho tradotte (con qualche licenza, a dire il vero) perché rappresentano un buon piano di lavoro. Eccole:

Sviluppa e pianifica l’uso dei social media in tutta l’organizzazione. Aiuta i membri della redazione a integrare i media sociali in tutto il ciclo del loro lavoro e ne pianifica lo sviluppo – non limitandosi a fornire uno strumento, lasciando poi che i redattori se la sbrighino da soli, ma monitora come lo utilizzano, dà suggerimenti e li incoraggia a crescere.

Gestisce la presenza social della testata, il che non vuol dire starsene tutto il giorno a smanettare su Tweetdeck, ma essere capaci di guidare il messaggio nel suo complesso.

Sviluppa tutte le azioni possibili per incrementare l’interazione tra la redazione e le comunità di riferimento. Quindi dà suggerimenti su come i vari strumenti dai social media alla cura dei contenuti, dal crowdsourcing alle fonti UGC  (user generated content) possano adattarsi a particolari piani di copertura delle notizie. Sperimenta nuovi strumenti preoccupandosi di avere sempre dei feedback concreti basati su metriche.

Riconosce e suggerisce le situazioni dove è più saggio non usare i media sociali, perché anche questa è una mansione importante  da svolgere  se sei la figura professionale che incoraggia l’uso corretto dei social media.

Agisce come una sorta di operatore del servizio clienti, sia all’interno che all’esterno della redazione. Deve essere un punto di riferimento e di ascolto per tutte le questioni e i dubbi che possono nascere attorno all’utilizzo dei media sociali: dai problemi etici ai dubbi e le preoccupazioni che possono riguardare l’autenticità di fonti UGC e, in generale, su tutto ciò che riguarda le modalità per selezionare e verificare notizie provenienti dai social network.

Costruisce e/o sviluppa una strategia  relativa ai social media per l’intera organizzazione, con una visione più ampia possibile che parta sì dalla redazione ma poi si estenda anche all’ufficio vendite e al commerciale, al marketing e al management. Lavora per avere una visione d’insieme su quello che i vari settori dell’organizzazione stanno facendo con i social media e pensa a come, tutte queste parti, possano essere messe insieme in maniera intelligente e proficua per tutti.

Fonti e approfondimenti:

Q&A: The evolution of the social media editor

Il social media editor è morto? (Donata Columbro su Internazionale)

I’m more than a Twitter Monkey (Zombie Journalism)

Definire i giornalisti e le testate giornalistiche online: impossibile e dannoso

Dal blog di Mario Tedeschini Lalli

Leggi qui l’aggiornamento del post del 17 giugno 2013

giornalismo-onlineMa che cosa è il “giornalismo online”, che cosa è una “testata online”? A quasi vent’anni dai primi esperimenti riemergono difficili esercizi definitori, che in alcuni casi sembrano di fatto inevitabili. Se ne è accorto il Corecom della Toscana che un anno fa ha lanciato un  censimento “delle web tv, delle web radio e della web press” della regione, con la collaborazione dell’Universita di Firenze, dell’Ordine e del sindacatodei giornalisti della Toscana. Nel programma di attività per il 2013 si legge infatti che la ricerca si propone

…innanzitutto di tracciare un perimetro del campo dell’informazione e della comunicazione sul web, anche attraverso un percorso definitorio essenziale alla comprensione del fenomeno. In secondo luogo si procederà a indagare le dimensioni del fenomeno per conoscere quante e quali sono le esperienze editoriali sul web, con uno sguardo anche alla qualità e alla professionalità del lavoro svolto.

Gli strumenti attraverso i quali raggiungere questi obiettivi saranno sia di natura quantitativa, come il censimento dei soggetti operanti, sia di natura qualitativa, come il monitoraggio di alcune esperienze significative sulla base di indicatori relativi alla qualità dei contenuti pubblicati, la frequenza degli aggiornamenti, i livelli di interattività. L’utilizzo di focus group tematici completerà il lavoro sul versante delle aspettative e delle valutazioni delgi utenti di questo tipo di informazione. Le risultanze del censimento saranno a disposizione degli organi consiliari per i necessari interventi, anche normativi, sul settore dell’editoria e per gli eventuali successivi approfondimenti.

Interpellato da alcuni amici in proposito ho sostenuto l’intrinseca contraddizione tra la necessità tutta giuridico-aministrativa di “definire” e “tracciare perimetri” e la realtà dell’universo digitale che per sua natura disgrega contenitori, canali e strutture professionali e crea mondi ibridi. Ecco, allora, alcune riflessioni, sia pure non nuovissime.

  • Premessa: è cosa buona e giusta che le imprese giornalistiche e chi ci lavora si battano per sopravvivere (io stesso ho un legittimo interesse personale a che ciò sia), ma occorre fare attenzione a non confondere “giornali” (le “testate”) o, peggio, i “giornalisti” con il “giornalismo”. Da un punto di vista politico/civico ciò che dobbiamo cercare di mantenere vivo è il “giornalismo”, a prescindere da chi lo eserciti o dal contesto produttivo nel quale lo eserciti.
  • Di conseguenza occorre smettere di definire il giornalismo e le testate giornalistiche per lo strumento che adoperano (”testate online”, “televisioni”, “radio”… ). Quindi nessuna “delimitazione” dei “confini del giornalismo online” (peraltro impossibile), tanto più che ormai qualunque organizzazione giornalistica adopera molti strumenti diversi. Capisco il problema di istituzioni come l’AgCom o i Corecom (che ne sono per certi versi l’emanazione regionale) che devono capire se e di che cosa si devono occupare. Ma qualunque “perimetro” si tracci mi inquieta.
  • In particolare ritengo dannoso qualunque tentativo di distinguere online tra lavoro giornalistico e attività di libera informazione da parte di cittadini. Anche perché le organizzazioni giornalistiche e i giornalisti più avvertiti hanno già infranto il confine psicologico e si affidano a un rapporto informativo più permeabile con gli utenti/lettori che diventano anche informatori (socializzazione dell’informazione, crowdsourcing, ecc.).
  • Tanto più pericoloso se alcuni dei criteri dovessero riguardare “la qualità dei contenuti”. Qualunque tribunale pubblico della verità e della qualità sarebbe pericolosissimo.
  • Conclusione (provvisoria): I nostri sforzi analitici ed eventualmente definitori dovrebbero pertanto dedicarsi a identificare il giornalismo, o meglio quale parte del giornalismo attualmente prodotto da “giornali” e “giornalisti” senza il quale non può esistere cittadinanza informata. Quello che io chiamo“il giornalismo che conta“, una piccolisima percentuale del resto del giornalismo (anche buono e buonissimo) che è tuttavia fungibile, può essere cioè prodotto da soggetti e organizzazioni che col giornalismo non c’entrano nulla.

Se cominciamo a fare chiarezza su tutto questo, possiamo con più tranquillità – anche se non non con maggiore facilità – affrontare il problema più ampio di come finanziare “il giornalismo che conta”.

La definizione più difficile: Social Media

Riflessioni dal libro…

Social media e social network sono termini che ormai usiamo quotidianamente e che sono interscambiabili. Si è talmente abituati ad utilizzarli che non ci poniamo più la domanda se esista una differenza.

Durante la stesura del libro Working on Web, soprattutto consultando testi americani o inglesi, era necessario uno sforzo in più quando si incontravano i termini network e media affiancati a social.

SMcloudDunque, la questione da affrontare riguarda una definizione degli spazi o dell’azione? In realtà entrambi.

Gli spazi dell’informazione sono in continua moltiplicazione sul web (blog, portali, forum, testate giornalistiche, community…). I network nascono per dare uno spazio nel quale ritrovarsi, quello che in questo spazio si può fare tocca praticamente ogni ambito della vita offline: lavorare, giocare, chiacchierare…

I social network sono uno spazio, una destinazione finale, nella quale primariamente creare e cercare legami con le altre persone e poi condividere ‘cose’.

Con la diffusione dei SN, questi spazi assumono sempre più la funzione di luogo nel quale avviene l’azione dell’informare e informarsi.

Quando si affianca il termine media a social si identifica una funzione che i network sociali hanno assunto sempre più marcatamente nel tempo. Una funzione predominante.

I social network sono essi stessi uno spazio nel web. Agiscono direttamente su altri spazi (siti dei media, blog, portali…) che sempre più, per essere popolati dagli utenti dipendono da loro.

Dunque quelli che possiamo definire social media hanno cambiato il modo in cui l’informazione – e di conseguenza i media online – è prodotta, distribuita e fruita. Non si tratta solo di questione di spazio e tempo, ma anche dell’introduzione di nuove ‘regole’ nella stesura di una storia. Ecco che comunicatore e giornalista devono essere molto ‘social’ e conoscere gli spazi d’azione.

I social media sono il luogo e allo stesso tempo lo strumento dell’informazione nel quale i due professionisti devono sapersi muovere. I social media sono il luogo della conversazione e danno luogo ad essa. Sono lo spazio in cui chiunque può contribuire, quello della collaborazione e connessione fra tanti.

La chiave per chi lavora nella comunicazione, in ambiti come questi, è mai dimenticare che negli spazi sociali sul web è il consumatore/utente a controllare come l’informazione è generate, organizzata e condivisa. Solo dopo ideare una strategia comunicativa.

 

PotenzaSmart: contest per progetti di app utili per la città

app-300x300Ancora qualche giorno per partecipare al contest lanciato da PotenzaSmart. Premierà con 20mila euro la migliore idea di app per rendere più intelligente la città. Il bando è in questo pdf. La spiegazione del contest è sul sito.

Takeway: Un premio da 20.000 euro per un’applicazione per smartphone o tablet dedicata a semplificare o rendere smart qualunque aspetto della vita cittadina, dal sociale alla mobilità, dall’ambiente all’intrattenimento, al social.

A Potenza abbiamo un obiettivo. Pensiamo a «una città aperta al territorio, ma anche in grado di offrire servizi e strutture di eccellenza in tutti gli ambiti della vita moderna».

Per farlo ci siamo detti che bisogna puntare sulle idee. Sulle belle idee. E poi metterle in connessione, condividerle anche fuori dai confini della città.

Così, se anche voi avete un’idea utile alla vita della città, ecco, siete capitati nel posto giusto. Forse vi piacerà seguirci con PotenzApp.

PotenzApp è un’iniziativa del Comune di Potenza che vuole continuare la bella esperienza fatta durante il ciclo di conferenze di PotenzaSmart “Grande futuro per piccole città”.

In quei giorni abbiamo ragionato di innovazione, digitale, smart city e comunità con gente interessante. Abbiamo messo in circolazione idee dentro e fuori la città e abbiamo provato a costruire una comunità che immagina una Potenza più smart.

Ora il Comune ha deciso di premiare chi sarà in grado di regalare un po’ di innovazione alla città. È nato così il bando PotenzApp. Un concorso con in palio un premio da 20.000 euro per un’applicazione per smartphone o tablet dedicata a semplificare qualunque aspetto della vita cittadina, dal sociale alla mobilità, dall’ambiente all’intrattenimento. Continua…

Start-up, la bolla col business nascosto dietro

StartupsMano protesa, stretta vigorosa: “Ciao sono Daniele e faccio il giornalista”, dall’altra parte “Ciao, sono [il nome sceglietelo voi] e ho una startup”. A seguire una generosa descrizione del progetto, innovativo ça va sans dire, ormai quasi pronto per il lancio. Occhi luccicanti e convinzione da imprenditore navigato. Al ritorno a casa il progetto mi rimane fumoso, il business model a dir poco opaco e quando mi chiedo se potrei mai utilizzare quel prodotto / servizio o se per me abbia un minimo di valore mi viene sempre da alzare le spalle e pronunciare un bel “boh!”  [sì, mi capita di parlare da solo in macchina].

Quando mi sono reso conto di aver vissuto spesso situazioni del genere mi sono anche accorto che da qualche tempo non si parla d’altro che di startup e di startupper. Insomma, viviamo l’era del “mi sono messo in testa un’idea meravigliosa e la sto pure realizzando”. E’ forse tutta colpa di Chris Anderson e della sua “coda lunga” mi dico io, che ha fatto passare il concetto che sul Web c’è talmente tanto spazio (e mercato) che quasi tutte le idee possono diventare imprese profittevoli, basta “dimensionare” il business plan?

Che Internet abbia aperto nuovi scenari e nuove opportunità imprenditoriali non c’è dubbio ma che esista un automatismo fra l’idea e la sua concreta realizzazione e fra queste e il successo o quantomeno la sostenibilità ce ne passa. Anche su Internet, avviare un’impresa chiede impegno, capacità di gestione aziendale e, soprattutto, visione di un mercato e capacità di aggredirlo. Che poi queste capacità le si possieda per talento o le si impari, fa poca differenza, sono necessarie, nonostante la coda lunga e il Web.

Si perché, si tratterà pure di imprese innovative e digitali ma, alla fine, i soldi, le tasse, gli investimenti, i business plan, i contratti, i clienti, i dipendenti, i fornitori, la burocrazia sono tutta “roba vera”, con la quale ci si deve misurare e che non si può “mettere in stand-by”. Sarà per questo che le startup che riescono a raggiungere la dimensione di azienda si contano sulle mani ed emergono dal campo coperto dei cadaveri di quelle che non ci sono riuscite?

E’ il tanto parlare di startup, quasi fosse l’antidoto alla crisi e alla disoccupazione giovanile, che è preoccupante e la confusione, sempre più spinta, fra il concetto di “fare impresa” e quello di “accrescere la propria professionalità e attrezzarsi ad essere freelance”. Quello che sfugge, infatti, sempre più spesso è che il mercato del lavoro, su Internet ma non solo, sta sempre più diventando un mercato di professionisti, che passano da cliente a cliente, forti della loro professionalità e del loro personal branding. Che questo sia giusto o auspicabile è un’altra storia ma rimane che sia sempre più così.

Siamo lontani, quindi dall’idea di fare impresa, se non di essere imprenditori di sé stessi e il continuo cicaleggiare di startup non fa altro che creare confusione ed errori di prospettiva.  Diciamolo chiaramente che il futuro del lavoro è quello di solidi professionisti molto ben preparati e non di un mondo di imprenditori improvvisamente affollato di persone che hanno avuto “idee geniali” e hanno Zuckenbergianamente “svoltato la vita”.

Al Festival del Giornalismo di Perugia, durante una piacevole cena, con Luca De Biase abbiamo parlato proprio di questo, approfondendo l’impegno della sua Fondazione Ahref nel sostenere le idee migliori per farle realizzare e riuscire così, con i fatti, a coinvolgere aziende e investitori. Idee imprenditoriali concrete, solide, con un mercato e una logica strategica e organizzativa digitali o che utilizzano gli strumenti digitali per creare nuovi mercati. Di questo ha parlato, e bene, anche Barbara Imbergamo sul suo blog.

Insomma, le startup non esistono o meglio non sono altro che la riedizione in linguaggio web-friendly di formule come “nuova impresa” o “imprenditoria giovanile”. Non è cambiato granché, era difficile prima ed è difficile ora fare impresa, nonostante Internet abbia aperto sicuramente nuovi mercati e nuove prospettive. E allora viva l’impresa, viva la capacità innovativa, viva la voglia di realizzare un sogno ma, per favore, niente squilli di trombe e niente sensazionalismi e, soprattutto, niente accenni a non meglio identificate “nuove stagioni” o, peggio, diffusioni di messaggi tipo “ora è tutto più facile, fatti una startup e risolverai la tua vita”.

A dirla tutta, le startup sono esse stesse un nuovo mercato, popolato di personaggi che promettono di aiutarle a metterle in piedi, che si propongono come formatori, docenti di master (sì, esistono master per realizzare startup) o che, semplicemente, girano per convegni a diffondere il verbo dello startupparo devoto e felice. Loro sì che l’hanno trovato il nuovo mercato.

Avere un blog non è una professione, è usare uno strumento

“Lui? E’ il blogger di Telecom, lei, invece, è quella di Vodafone” mi disse un amico, durante un evento, accennandomi a due persone poco distanti da noi. Mi colpì l’attribuzione di appartenenza aziendale per due blogger e, soprattutto, mi colpì il fatto che fosse, alla fine, cosa nota un po’ a tutti.

Recentemente Federico Evangelisti, sul suo blog, ha postato una riflessione interessante proprio sul rapporto fra blogger e aziende. La tesi di Federico suona più o meno così: come si possono considerare autorevoli e affidabili i blogger, visto che sono sempre più “coinvolti” dalle aziende e quindi tendenzialmente magnanimi con le stesse? Alla fine poi propone una sorta di codice deontologico per i blogger stessi.

La provocazione del codice deontologico è interessante, perché apre un quesito tutt’altro che banale. La deontologia presuppone una professione e quindi: esiste la professione di blogger? E se sì, in cosa consiste?

La risposta non è né semplice né immediata. Andiamo con ordine. Per chi lavora, come me nella comunicazione aziendale e si occupa di Web è la norma, ormai, vedere eventi pensati per i blogger (qualcuno ricorda “MeetFs”, al netto delle polemiche che innescò?), cene, inviti a conferenze stampa e presentazioni, invii di prodotti in prova, coinvolgimento di questi personaggi come testimonial o come “detonatori” di viralità nell’ambito di eventi (“chiamiamo un blogger e facciamogli fare il live twitting” si sente dire nelle stanze degli uffici comunicazione di grandi aziende).

I blogger quindi si stanno sempre più definendo come “attori di processi di comunicazione”, forti della loro posizione di “influencers”. Hanno un pubblico e si stanno sempre più avvicinando ad essere “media”. Il loro mestiere è quindi sovrapponibile a quello di un giornalista? Per alcuni sicuramente sì. In particolare quelli che scelgono di “fare informazione” e in molti casi la fanno anche meglio dei giornalisti stessi (rischiando molto e in prima persona), ma sono decisamente una minoranza.

Accanto a questi ci sono quelli che fanno altri mestieri e che utilizzano un blog per dire semplicemente quello che pensano, per contribuire a discussioni e dibattiti. Opinionisti, li potremmo chiamare, apprezzati per la loro preparazione specifica e per il valore delle loro opinioni, sono a tutti gli effetti gli editorialisti della Rete.

In mezzo a queste due “categorie” ci sono tutti i blogger che si specializzano in particolari settori merceologici e instaurano rapporti con questa o quell’azienda. Gli “esperti”, li potremmo chiamare, in grado (così si ritiene) di decretare il successo di un prodotto o affossarne le speranze commerciali. Il post di Federico Evangelisti si riferiva soprattutto a questi, fermo restando che queste tre categorie sono tutt’altro che tre silos stagni, anzi, i confini sono talmente sfumati da essere difficilmente visibili.

E quindi? I blogger fanno tre lavori diversi? In realtà il minimo comun denominatore è che il postare, avere un blog, essere un blogger non è un mestiere ma un mezzo. Oggi il blog serve per ottenere visibilità e farsi un nome, per ottenere commesse, consulenze, contratti, per entrare nel “giro buono”. Insomma il blog è, quasi sempre, uno strumento di personal branding. Anzi, è “LO” strumento. Non sempre e non comunque, sia chiaro, ma la tendenza è indiscutibile.

Così, si diventa blogger per poi riuscire a essere influencers e quindi determinanti per una o più aziende e intrecciare rapporti con queste. Si apre un blog per costruirsi un’autorevolezza in un settore per poi proporsi come consulente o esperto. Si apre un blog e si cerca di diventare “personaggi”, per poi essere chiamati a fare da testimonial o altro. E ancora si apre un blog, si accetta di posizionarlo sulle piattaforme di grandi siti d’informazione, gratuitamente, per ottenere quella visibilità utile a cercare di scavarsi un posto come giornalista o comunque nel mondo dell’informazione.

Che c’è di male in tutto questo? Nulla, in realtà. L’autorevolezza di un blogger dipende dalla community, si dirà, quindi se le persone continuano a seguirlo, vuol dire che, alla fine, non svolge male il proprio “ruolo” informativo o comunque è apprezzato e se da questo trae una qualche forma di vantaggio, fosse pure economico, ben venga.

L’unica cosa che forse val la pena fare è sgombrare definitivamente il campo dall’esistenza dalla categoria dei blogger “puri”, almeno in Italia. secondo i dettami filosofici degli albori della Rete, ovvero quelle voci libere che avevano il compito di nutrire la conoscenza collettiva della Rete, trovando contenuti di valore e mettendoli a disposizione della comunità.

Il blogging è quindi entrato in una nuova dimensione, sempre più a servizio del personal branding del blogger stesso. Si apre un blog per “secondi fini”, il che, di per sé, non è un male. In questo senso, il Web offre una opportunità preziosa, una possibilità che prima non esisteva. Poi, una volta attivi nel grande mare del Web, quel che conta è ciò che sai fare e il valore di ciò che scrivi e questa è una forma di meritocrazia più unica che rara. L’importante è smetterla di ammantare il blogging di significati culturali e libertari che ormai non ha più o ha in forma residuale, per il resto, viva i blog!  

Working on Web. Giornalisti e comunicatori: come non s’inventa una professione

Le nuove professioni nate nel e con il Web. Le opportunità professionali e come cambiano i mestieri "tradizionali" ma, soprattutto, cosa bisogna "saper fare" per lavorare con e sulla Rete, spiegato da 21 grandi professionisti del digitale. Un manuale pratico che è anche un'inchiesta che approfondisce le difficoltà e i problemi dei workers digitali, proponendo soluzioni e scenari futuri

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