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Mi ero ammalata senza un lavoro a Londra ho ritrovato la dignità

imagesDal blog Iotornose la storia di una giornalista freelance che per svolgere il proprio lavoro con dignità e con la giusta retribuzione è dovuta emigrare in Inghilterra. Al netto dell’impietoso spaccato del mercato del lavoro italiano, la storia di Lou racconta bene cosa “bisogna saper fare” per essere giornalisti digitali, oggi.

“Io torno a fare la giornalista se in Italia mi pagheranno allo stesso modo e se mi tratteranno con lo stesso rispetto dell’Inghilterra, senza dover pestare i piedi ad altri, a 28 anni, per accaparrarmi 20 euro in più e una firma sul giornaletto locale”.
Lou Del Bello, 29 annigiornalista free-lance a Londra

Talvolta di non lavoro ci si può anche ammalare. Lou Del Bello le ha provate tutte in Italia per vivere della sua passione, il giornalismo. L’infelicità le sembrava una condizione normale. Poi una telefonata di un vecchio amico bolognese partito per l’Inghilterra, dove da giornalista free-lance si stava togliendo molte soddisfazioni. «Vieni qui, puoi farti strada». Animo e coraggio, Lou lo ha seguito e oggi non vede più la via del ritorno nell’Italia dei 25mila giornalisti precari (circa i due terzi del totale), il 62% dei quali denuncia un reddito inferiore ai 5000 euro l’anno. Le cifre percepite, in assenza di una legge che regoli l’equo compenso, arrivano anche a 3 euro al pezzo.

Lou iniziò come giornalista a 21 anni, circa otto anni fa, in un giornale locale della Bassa Romagna. La gavetta, però, non le dava alcuna prospettiva di guadagno e per lei, di famiglia economicamente modesta, non poteva essere un investimento a tempo indeterminato.
Molto interessata alle tematiche ambientali, Lou  decise così di creare nel 2009, insieme ad alcuni amici, il progetto Sottobosco.info, un sito su ambiente, lifestyle ed iniziative verdi, con particolare attenzione al territorio dell’Emilia Romagna. Meglio lavorare gratis per un progetto proprio che per uno altrui. Intanto si era laureata in Scienze della Comunicazione a Bologna e stava per terminare la specialistica in Semiotica.

A quel punto, però, aveva bisogno di trovare un lavoro retribuito e fu assunta a Roma da un sito web di informazione generalista. «Sono rimasta per 6 mesi ma è stata un’esperienza molto negativa, non mi piaceva affatto l’idea di giornalismo che mettevano in pratica,  contravveniva alla mia etica e non mi dava alcuna prospettiva di crescita professionale».

Tornata a Bologna, Lou inizia a lavorare nelle pubbliche relazioni di un’azienda bolognese, un ente di certificazione del settore biologico, dove però non aveva prospettive interessanti. E poi lei voleva fare la giornalista free-lance. «Non riuscivo a trovare nulla di interessante. Molti mi rimproveravano di non volermi adattare, persino di non voler fare la gavetta. Ho sentito molte volte mascherare la piaggeria sotto il termine “flessibilità”. A quasi 28 anni, trovo inaccettabile l’idea di dover pestare i piedi a qualcun altro per accaparrarmi 20 euro in più e una firma sul giornaletto locale. Ne faccio tuttora una questione di dignità e professionalità».

Poi è arrivato il giorno più importante della sua vita, era il 26 dicembre 2011: «Delusioni e stress  cominciavano ad impattare anche sulla mia salute, mi beccai una bella gastrite nervosa che mi ha accompagnato per molti mesi a venire. Alcuni amici mi dicevano, saggiamente, di cambiare mestiere, ma io restavo convinta che una soluzione al mio problema dovesse esserci. Me la fornì un amico che stava a Londra, mi raccontò la sua esperienza positiva e mi chiese scherzosamente: “Ti ho convinto”? Presi quello scherzo seriamente. Mi resi conto che altrove c’erano delle possibilità, che puntare su un contesto economico e professionale differente era un buon investimento. La mia risposta fu: “Sì, mi hai convinto”. E stavolta ero molto seria».

Ovviamente progettare una vita altrove non è uno scherzo, i mesi seguenti alla sua decisione Lou li ha  dedicati a prepararsi un futuro senza inciampi: ha rinforzato il suo inglese e ha fatto il test IELTS, una certificazione necessaria per essere ammessi all’università. Non senza sforzo ha ottenuto un prestito d’onore da una banca. Ventimila euro e una borsa di studio sono bastati per pagare le tasse di un Postgraduate in Giornalismo Scientifico alla City University di Londra, probabilmente la più prestigiosa università a livello europeo per quanto riguarda il giornalismo. «Avevo 28 anni, il tempo per entrare nel mondo del lavoro stava per scadere, non potevo permettermi un altro passo falso».

Diversi stage le hanno dato la possibilità di entrare in contatto con realtà di primo piano del giornalismo inglese come il Guardian, per il quale ha realizzatoun blog sul tema delle energie rinnovabili. Ora Lou fa la free-lance e collabora in maniera continuativa con una rivista che si occupa di energie rinnovabili, scienze e tecnologie nei Paesi in via di sviluppo, Scidev.net. Il suo punto di forza è la multimedialità e duttilità, grazie alla capacità di realizzare audiogallerie, podcast, pezzi scritti, video.

Lou ha già progetti e commissioni che la terranno impegnata per i prossimi mesi: «C’è un rapporto di fiducia tra il committente e il giornalista. Se io dico che mi occorrono X giorni o ore per fare un lavoro,quelle ore mi vengono pagate. La mia tariffa è: 25 pound all’ora fino a 4 ore di lavoro, mentre la tariffa giornaliera è in media di 200 pound. 
Per un‘audioslide show di 4 minuti arrivano a pagare 400 sterline, più le spese di viaggio. Sono andata anche in Olanda per realizzarne una. Un podcast viene pagato in media 200 sterline, e stiamo parlando di riviste che non ricevono finanziamenti pubblici, ma per lo più donazioni da parte di enti benefici».

La crisi dell’editoria si sente anche in Inghilterra ma ci sono realtà di medie dimensioni, come Scidev.net, che prosperano producendo contenuti di alta qualità e trattando i collaboratori con dignità e rispetto. Gli editori, inoltre, non intervengono quasi mai nel merito del lavoro dei giornalisti: «è molto raro, soprattutto nel lavoro scientifico, vedere pubblicato un articolo sbilanciato o, peggio ancora, una “marchetta”». Lou spiega che ogni pezzo giornalistico passa tre livelli di editing: si manda a un editor, che lo rimanda indietro con delle domande e osservazioni, lo si rimanda allo stesso editor e , se va bene, questi lo inoltra a un sub-editor che corregge il linguaggio e rende il tutto più armonioso. Non è un problema, pertanto, se ancora la sua padronanza dell’inglese non è eccellente come quella di un madrelingua e se commette qualche errore grammaticale.

Finalmente Lou si sente apprezzata per il suo lavoro e a Londra è felice, ha trovato ottimi amici e cerca di evitare la compagnia esclusiva di altri italiani. «Non ci torno volentieri neanche per le vacanze in Italia. Ormai la mia battaglia è persa, ci ho provato ma non ce l’ho fatta, e per rabbia sono andata via. Anzi, sono stata fortunata a non avere avuto una singola possibilità lavorativa: a un certo punto ero così disperata che, se mi avessero dato un’opportunità da 300 euro al mese per rimanere a Bologna, non sarei andata via. Invece ora sono qui».

Sempre meglio che lavorare (gratis)

imagesLa storia di Effecinque, nata dalla Totem di Franco Carlini diventa uno spaccato di una professione, quella giornalistica, che vive in mezzo al guado di una crisi occupazionale pesantissima, di situazioni di sfruttamento gravi da sanare ma anche nel pieno di una rivoluzione digitale che ne sta ridisegnando i confini e riformulando i fondamentali professionali. Da Valigia Blu

di effecinque Agenzia giornalistica (Copyright © valigiablu.it)

Il mondo del giornalismo che cambia, la crisi, i social network. L’esperienza di giovani giornalisti-freelance-imprenditori-comunicatori-esperti digitali che hanno fondato l’agenzia di servizi Effecinque: «La prima cosa che si impara lavorando corpo a corpo con internet è fare rete. Ma sappiamo che la stabilità è un miraggio».

Mi ricordo una volta un collega della carta stampata – quasi coetaneo, sveglio, non certo il pensionando dorato che ancora si lustrava la sua Lettera 22 – che un po’ scherzando, un po’ seriamente ci diceva: “Perché noi giornalisti…”, e poi, dopo un attimo di incertezza: “…e includo anche voi, dai…”. E naturalmente l’accondiscendenza sull’essere giornalista e su che cosa è un giornalista non aveva a che fare coi tesserini – che per altro avevamo tutti. Riguardava semmai il fatto che noi non lavoravamo in un giornale “di carta”, bensì in una strana web agency, dove si scrivevano pezzi e approfondimenti per l’online, nonché per la carta; dove si realizzavano e si gestivano portali, blog, progetti di comunicazione digitale; dove poteva capitare di avere a che fare con l’aggiornamento di un sito di notizie sull’agricoltura biologica, col portale della PA da sistemare, o con un pezzone di esteri per una testata nazionale.

Era la Totem di Franco Carlini, erano i primi anni duemila, eravamo (ed è solo uno dei tanti meriti di Franco) quasi tutti assunti regolarmente come art 1, e i social media erano ancora di là da venire, così come la crisi economica. Ma c’era già tutto. C’era già la dimensione del giornalista come un professionista della comunicazione, che, sì, deve saper scrivere un pezzo – la breve, l’analisi, e l’inchiesta, all’occorrenza – ma deve anche sapere come va gestito un sito di notizie, che sia corporate o una testata registrata.

Deve avere un’idea di come far funzionare e di cosa mettere in una newsletter (allora), o una pagina Facebook (oggi). Deve sperimentare gli ultimi strumenti usciti, e prestarsi a fare lavori non prettamente legati all’idea più tradizionale di reporter, ma profondamente connessi con la rivoluzione digitale che stiamo vivendo. Del resto Franco, che aveva contribuito a fondare Il manifesto e per anni ne ha gestito alcune pagine, le indimenticabili Chips & salsa, che era considerato giustamente un pioniere della Rete in Italia e il miglior divulgatore tecnologico, non disdegnava sedersi alla scrivania e sporcarsi le mani con codici, formattazioni, ma anche blog, siti, e tutto l’umile armamentario del professionista digitale.

Questo per sgombrare subito dal campo l’equivoco insopportabile del “sempre meglio che lavorare”. In un momento in cui il lavoro giornalistico sembra semplicemente non esserci – non ci sono posti, in sostanza, e rischiano di essercene sempre meno – usciamo una volta per tutte dalla mitologia del lavoro che non è un lavoro. Certo che lo è, e come altri lavori qualificati richiede tempo, competenze, esperienza e dedizione, oltre che diverse specializzazioni. E in genere lo si fa per campare, così come campano perfino i luminari della medicina del proprio lavoro. O gli informatici. O gli avvocati. Altrimenti è un hobby come la barca a vela. E perfino più costoso e senza abbronzatura garantita.

Abbracciare con convinzione questa idea in verità banale e lapalissiana – invece di urlare al mondo che no, senza scrivere non possiamo vivere noi, perché siamo in missione per conto del dio Giornalismo – potrebbe servire anche ad affrontare diversamente il rapporto con gli editori e la questione della retribuzione e dei diritti. Ma servirebbe anche a focalizzare meglio il dibattito sull’identità del giornalismo oggi.

È stato a partire da un simile coacervo di riflessioni che qualche anno fa, con altri tre colleghi di Totem, abbiamo fondato un’altra agenzia giornalistica, Effecinque. È sufficiente scrivere articoli – ci siamo chiesti, mentre il contesto attorno a noi, e lo stesso web, stavano mutando rapidamente – ma anche solo gestire blog, realizzare fotogallery, twittare breaking news? Cosa altro si può fare che abbia un valore informativo, che sia interessante, utile, ma anche piacevole e con cui comunque continuare a pagarci uno stipendio a fine mese? (Qualsiasi riflessione sul giornalismo, e qualsiasi progetto editoriale, che non tengano conto di quest’ultimo aspetto sono destinati a fallire, oltre che essere decisamente ipocriti…).

E così abbiamo iniziato a sperimentare formati e forme di collaborazione nuove: video in motion graphic coi nostri partner di Tiwi, data journalism con gli amici di DataNinja e Wired, collaborazioni con realtà simili alla nostra come China Files, timeline interattive, Storify e via dicendo. Il tutto senza dimenticare di fornire servizi più tradizionali, piani editoriali per specifici progetti, scalette giornalistiche, ma anche inchieste, reportage, approfondimenti, magari perfino per l’amata/odiata carta. Si lavora in rete, su singoli progetti, raccogliendo le competenze specifiche e necessarie, mettendoci sempre un taglio giornalistico, cercando quando si può di innovare, e comunque di fare al meglio quel lavoro.

Senza dimenticare la parte amministrativa, le fatture, il rapporto coi nostri stessi collaboratori, i problemi di cash flow. Siamo freelance, siamo imprenditori di noi stessi, siamo giornalisti, comunicatori, esperti di Rete? Boh… Forse tutte queste cose assieme, a seconda del cappello che indossiamo. Ci diventeremo ricchi? No. Ci campiamo? Sì, ma il come dipende dai periodi (discreto il 2011, così così il 2012, buono, per ora, il 2013). Sappiamo che la stabilità è un miraggio e che da qui a 18 mesi potremmo non essere più sul mercato.

E dimenticati i fasti dell’art 1 di un tempo, stiamo ancora cercando di capire la giusta formula contrattuale, che ci offra garanzie ma sia abbastanza flessibile da seguire le fluttuazioni del mercato di un’agenzia piccola come la nostra. Di sicuro crediamo che il giornalismo abbia bisogno di arricchirsi, di cambiare, di innovare, di sperimentare. Così come ne hanno bisogno i singoli giornalisti, e soprattutto i freelance, e non perché siano da meno dei colleghi contrattualizzati, anzi. Non è facile farlo, naturalmente, perché costa tempo e denaro e gli editori (ma non solo loro) vogliono tutto, subito e a basso prezzo.

Ma la prima cosa che si impara lavorando corpo a corpo con internet è proprio quella di fare rete. Tra di noi. Tra giornalisti, programmatori, grafici, esperti di social media, editori digitali. A volte è una faticaccia. A volte è un buco nell’acqua. Ma a volte vengono fuori cose davvero speciali. Nate dal basso, da piccole realtà come le nostre, e non dai mogul dell’informazione. E magari è pure molto divertente. E, sì, è “sempre meglio che lavorare (gratis)”. PS: Dall’esperienza di Totem, oltre a effecinque, sono nate altre due società una delle quali sviluppa videogiochi. Gli ex-totems li trovi che lavorano con e nelle maggiori testate italiane. Per dire che buone idee possono finire ma se sono davvero buone seminano…
http://www.valigiablu.it/sempre-meglio-che-lavorare-gratis/
Copyright © valigiablu.it

Social media editor: qualche ipotesi per un piano di lavoro in redazione

dal Blog di Lelio Simi Senzamegafono

245baa9ae1ac11e2b22122000a1fc95b_7Quando Jennifer Preston prima giornalista ad assumere il ruolo di social media editor in una grande giornale (era il 2011) annunciò, dopo solo due anni dalla sua nomina, che sarebbe tornata a fare la reporter a tempo pieno la cosa, a molti, sembrò del tutto naturale. Il ruolo aveva come obiettivo principale quello di evangelizzare i redattori del New York Times e introdurli all’uso quotidiano dei media sociali nel loro lavoro. Una volta evangelizzati, una volta digeriti da parte dei colleghi i socialcosi, il lavoro poteva dirsi concluso. Insomma già allora sembrava chiaro che per sua natura quello del social media editor fosse comunque un incarico nato con la data di scadenza.

Nonostante questo del ruolo del social media editor – della sua funzione e della sua reale utilità – se ne torna a parlare periodicamente. Ad esempio non molto tempo fa (fine maggio), per un articolo dove Rob Fishman di BuzzFeed dove di questa figura professionale si sentenzia la morte. Sì certo, quello di decretare la morte di qualcosa – qualunque cosa – in realtà è ormai diventato un filone (un sottogenere?) giornalistico molto prolifico. L’articolo però ha avuto il pregio di suscitare e mettere in circolo un po’ di opinioni interessanti sull’argomento.

Mathew Ingram ha fatto notare che “molti social media editor non sembrano realizzare effettivamente molto – il fatto è che tutto ciò che riguarda i social media è ormai diventato centrale per quello che la maggior parte dei mezzi di comunicazione stanno facendo, avere una persona specifica dedicata a farlo sembra un anacronismo”.

E in effetti questo ruolo professionale o è davvero capace di rinnovarsi continuamente o rischia di restare solo una delle tante etichette (social mediaqualcosa) da appiccicare su un biglietto da visita o un résumeé. Certo nelle testate più importanti un bel po’ di passi avanti ne sono stati fatti: dall’one-man-band che deve occuparsi di tutto quello che ruota attorno ai social media a staff organizzati e con mansioni molto più articolate. Quindi per i più oggi il questa figura professionale in realtà dovrebbe essere sempre più avere il ruolo di gestire il cambiamento tenendo il passo di una tecnologia che continuamente si evolve: chi fa informazione professionale oggi deve sempre misurarsi con nuovi strumenti e nuove piattaforme, serve quindi che queste novità sappia capirle, testarle e introdurle nel miglior modo all’interno del ciclo produttivo giornalistico. Oggi, insomma il ruolo ha bisogno anche di dare strategie e non solo di gestire i problemi quotidiani.

Il senso dell’evoluzione di questo ruolo, a mio giudizio l’ha dato Meghan Peters che a Mashable è community director (ruolo per il quale dirige uno staff di quattro persone che hanno compiti relativi anche ai media sociali) in un pezzo dove sostiene che “il nostro compito maggiore è immergerci nelle ultime tecnologie per quantificare e valutare il loro possibile valore per l’organizzazione. Funzioniamo come una sorta di centro di intelligencesociale”, perché “ci sarà sempre comunque bisogno di qualcuno che stia un passo avanti agli altri a sperimentare”. Emerging media editor è, non a caso, il nuovo ruolo assunto da qualche mese al Wall Street Journal daLiz Heron figura “storica” dell’introduzione dei media sociali nelle redazioni.

Tutto vero, però è anche da tenere di conto che fuori dal ristretto cerchio delle realtà più evolute, molto comunque resta da fare per migliorare la qualità e la pratica dell’uso dei media sociali nel lavoro quotidiano di un giornale (che sia online o su carta, ovviamente).  In fondo ha ragione Daniel Victor quando sostiene che a concentrarsi sempre sul “futuro” di questo ruolo si finisce anche per essere un po’ noiosi, soprattutto se ci si avvita sempre sui massimi sistemi e non si suggerisce qualcosa di concreto:

Anche per questo è forse più utile tornare ai “fondamentali” e, al di là di tutte le belle analisi, chiedersi: cosa deve fare concretamente oggi chi si occupa di social media in una testata per essere realmente utile alla redazione? Una domanda questa – che si è posta in un belll’articolo Mandy Jenkins interactive editor (un altro termine per dire “qualcuno che si occupa di innovazione dentro la redazione”) a Digital First Media: le sue risposte mi sembrano ottime e quindi le ho tradotte (con qualche licenza, a dire il vero) perché rappresentano un buon piano di lavoro. Eccole:

Sviluppa e pianifica l’uso dei social media in tutta l’organizzazione. Aiuta i membri della redazione a integrare i media sociali in tutto il ciclo del loro lavoro e ne pianifica lo sviluppo – non limitandosi a fornire uno strumento, lasciando poi che i redattori se la sbrighino da soli, ma monitora come lo utilizzano, dà suggerimenti e li incoraggia a crescere.

Gestisce la presenza social della testata, il che non vuol dire starsene tutto il giorno a smanettare su Tweetdeck, ma essere capaci di guidare il messaggio nel suo complesso.

Sviluppa tutte le azioni possibili per incrementare l’interazione tra la redazione e le comunità di riferimento. Quindi dà suggerimenti su come i vari strumenti dai social media alla cura dei contenuti, dal crowdsourcing alle fonti UGC  (user generated content) possano adattarsi a particolari piani di copertura delle notizie. Sperimenta nuovi strumenti preoccupandosi di avere sempre dei feedback concreti basati su metriche.

Riconosce e suggerisce le situazioni dove è più saggio non usare i media sociali, perché anche questa è una mansione importante  da svolgere  se sei la figura professionale che incoraggia l’uso corretto dei social media.

Agisce come una sorta di operatore del servizio clienti, sia all’interno che all’esterno della redazione. Deve essere un punto di riferimento e di ascolto per tutte le questioni e i dubbi che possono nascere attorno all’utilizzo dei media sociali: dai problemi etici ai dubbi e le preoccupazioni che possono riguardare l’autenticità di fonti UGC e, in generale, su tutto ciò che riguarda le modalità per selezionare e verificare notizie provenienti dai social network.

Costruisce e/o sviluppa una strategia  relativa ai social media per l’intera organizzazione, con una visione più ampia possibile che parta sì dalla redazione ma poi si estenda anche all’ufficio vendite e al commerciale, al marketing e al management. Lavora per avere una visione d’insieme su quello che i vari settori dell’organizzazione stanno facendo con i social media e pensa a come, tutte queste parti, possano essere messe insieme in maniera intelligente e proficua per tutti.

Fonti e approfondimenti:

Q&A: The evolution of the social media editor

Il social media editor è morto? (Donata Columbro su Internazionale)

I’m more than a Twitter Monkey (Zombie Journalism)

Definire i giornalisti e le testate giornalistiche online: impossibile e dannoso

Dal blog di Mario Tedeschini Lalli

Leggi qui l’aggiornamento del post del 17 giugno 2013

giornalismo-onlineMa che cosa è il “giornalismo online”, che cosa è una “testata online”? A quasi vent’anni dai primi esperimenti riemergono difficili esercizi definitori, che in alcuni casi sembrano di fatto inevitabili. Se ne è accorto il Corecom della Toscana che un anno fa ha lanciato un  censimento “delle web tv, delle web radio e della web press” della regione, con la collaborazione dell’Universita di Firenze, dell’Ordine e del sindacatodei giornalisti della Toscana. Nel programma di attività per il 2013 si legge infatti che la ricerca si propone

…innanzitutto di tracciare un perimetro del campo dell’informazione e della comunicazione sul web, anche attraverso un percorso definitorio essenziale alla comprensione del fenomeno. In secondo luogo si procederà a indagare le dimensioni del fenomeno per conoscere quante e quali sono le esperienze editoriali sul web, con uno sguardo anche alla qualità e alla professionalità del lavoro svolto.

Gli strumenti attraverso i quali raggiungere questi obiettivi saranno sia di natura quantitativa, come il censimento dei soggetti operanti, sia di natura qualitativa, come il monitoraggio di alcune esperienze significative sulla base di indicatori relativi alla qualità dei contenuti pubblicati, la frequenza degli aggiornamenti, i livelli di interattività. L’utilizzo di focus group tematici completerà il lavoro sul versante delle aspettative e delle valutazioni delgi utenti di questo tipo di informazione. Le risultanze del censimento saranno a disposizione degli organi consiliari per i necessari interventi, anche normativi, sul settore dell’editoria e per gli eventuali successivi approfondimenti.

Interpellato da alcuni amici in proposito ho sostenuto l’intrinseca contraddizione tra la necessità tutta giuridico-aministrativa di “definire” e “tracciare perimetri” e la realtà dell’universo digitale che per sua natura disgrega contenitori, canali e strutture professionali e crea mondi ibridi. Ecco, allora, alcune riflessioni, sia pure non nuovissime.

  • Premessa: è cosa buona e giusta che le imprese giornalistiche e chi ci lavora si battano per sopravvivere (io stesso ho un legittimo interesse personale a che ciò sia), ma occorre fare attenzione a non confondere “giornali” (le “testate”) o, peggio, i “giornalisti” con il “giornalismo”. Da un punto di vista politico/civico ciò che dobbiamo cercare di mantenere vivo è il “giornalismo”, a prescindere da chi lo eserciti o dal contesto produttivo nel quale lo eserciti.
  • Di conseguenza occorre smettere di definire il giornalismo e le testate giornalistiche per lo strumento che adoperano (”testate online”, “televisioni”, “radio”… ). Quindi nessuna “delimitazione” dei “confini del giornalismo online” (peraltro impossibile), tanto più che ormai qualunque organizzazione giornalistica adopera molti strumenti diversi. Capisco il problema di istituzioni come l’AgCom o i Corecom (che ne sono per certi versi l’emanazione regionale) che devono capire se e di che cosa si devono occupare. Ma qualunque “perimetro” si tracci mi inquieta.
  • In particolare ritengo dannoso qualunque tentativo di distinguere online tra lavoro giornalistico e attività di libera informazione da parte di cittadini. Anche perché le organizzazioni giornalistiche e i giornalisti più avvertiti hanno già infranto il confine psicologico e si affidano a un rapporto informativo più permeabile con gli utenti/lettori che diventano anche informatori (socializzazione dell’informazione, crowdsourcing, ecc.).
  • Tanto più pericoloso se alcuni dei criteri dovessero riguardare “la qualità dei contenuti”. Qualunque tribunale pubblico della verità e della qualità sarebbe pericolosissimo.
  • Conclusione (provvisoria): I nostri sforzi analitici ed eventualmente definitori dovrebbero pertanto dedicarsi a identificare il giornalismo, o meglio quale parte del giornalismo attualmente prodotto da “giornali” e “giornalisti” senza il quale non può esistere cittadinanza informata. Quello che io chiamo“il giornalismo che conta“, una piccolisima percentuale del resto del giornalismo (anche buono e buonissimo) che è tuttavia fungibile, può essere cioè prodotto da soggetti e organizzazioni che col giornalismo non c’entrano nulla.

Se cominciamo a fare chiarezza su tutto questo, possiamo con più tranquillità – anche se non non con maggiore facilità – affrontare il problema più ampio di come finanziare “il giornalismo che conta”.

Da lsdi.it: Sempre più giornalisti si sentono ‘’digital first’’

OriellaPR

Da lsdi.it – Un numero crescente di giornalisti nel mondo si considerano  ‘’digital first’’ e vedono i social media come una parte importante del loro lavoro.

Lo ha accertato una  Ricerca sul giornalismo digitale svolto da Oriella PR, un network internazionale che riunisce 16 agenzie di comunicazione, attraverso un sondaggio compiuto interpellando 553 giornalisti di 15 paesi.

Come segnala  Paid Content,

– il 59% dei giornalisti coinvolti nello studio hanno usato twitter nel 2013, contro il 47% del 2012;

– l’ uso di Twitter è molto alto nei paesi di lungua inglese, mentre solo un terzo dei giornalisti tedeschi, invece, hanno un account su Twitter.
Ecco qui sotto (sempre da Paidcontent) il grafico della relativa popolarità dei social media digitali:

Oriella1

Qui sotto invece una tabella illustra il modo con cui varia nei diversi paesi l’ uso dei social media. Paidcontent invita a rilevare la differenza fra Francia e Germania.

Da notare – aggiungiamo noi – anche la distanza fra la Francia e l’ Italia, dove l’ uso di Twitter è un po’ più elevato che in Germania, ma dove l’ uso di blog personali e di Google+ è molto meno rilevante.

Oriella2

Altri dati:

– Il citizen journalism non è particolarmente apprezzato: solo un quinto degli intervistati ha detto infatti che esso ha la stessa credibilità di quello delle testate mainstream.

– Il 39% dei giornalisti si ritiene ‘’digital first” contro il 61% che si vedono come giornalisti della carta stampata.

– Il 34% dei giornalisti intervistati sostiene che i media digitali hanno migliorato la qualità del lavoro, mentre il 32% ammette di avere delle difficoltà a stare al passo con l’ evoluzione dei social media.

Primaonline pubblica un documento e una infografica in cui viene illustrato come stanno cambiando i business editoriali, le modalità di reperimento delle fonti giornalistiche e gli atteggiamenti del pubblico nei confronti della stampa tradizionale.

La ricerca è stata compiuta su giornalisti di Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Italia, Nuova Zelanda, Portogallo, Russia, Spagna, Svezia, U.K. e U.S., con una media di 37 giornalisti per ciascun paese.

Il Rapporto integrale comunque è consultabile qui.

Working on Web. Giornalisti e comunicatori: come non s’inventa una professione

Le nuove professioni nate nel e con il Web. Le opportunità professionali e come cambiano i mestieri "tradizionali" ma, soprattutto, cosa bisogna "saper fare" per lavorare con e sulla Rete, spiegato da 21 grandi professionisti del digitale. Un manuale pratico che è anche un'inchiesta che approfondisce le difficoltà e i problemi dei workers digitali, proponendo soluzioni e scenari futuri

WoW – Working on Web

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