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La definizione più difficile: Social Media

Riflessioni dal libro…

Social media e social network sono termini che ormai usiamo quotidianamente e che sono interscambiabili. Si è talmente abituati ad utilizzarli che non ci poniamo più la domanda se esista una differenza.

Durante la stesura del libro Working on Web, soprattutto consultando testi americani o inglesi, era necessario uno sforzo in più quando si incontravano i termini network e media affiancati a social.

SMcloudDunque, la questione da affrontare riguarda una definizione degli spazi o dell’azione? In realtà entrambi.

Gli spazi dell’informazione sono in continua moltiplicazione sul web (blog, portali, forum, testate giornalistiche, community…). I network nascono per dare uno spazio nel quale ritrovarsi, quello che in questo spazio si può fare tocca praticamente ogni ambito della vita offline: lavorare, giocare, chiacchierare…

I social network sono uno spazio, una destinazione finale, nella quale primariamente creare e cercare legami con le altre persone e poi condividere ‘cose’.

Con la diffusione dei SN, questi spazi assumono sempre più la funzione di luogo nel quale avviene l’azione dell’informare e informarsi.

Quando si affianca il termine media a social si identifica una funzione che i network sociali hanno assunto sempre più marcatamente nel tempo. Una funzione predominante.

I social network sono essi stessi uno spazio nel web. Agiscono direttamente su altri spazi (siti dei media, blog, portali…) che sempre più, per essere popolati dagli utenti dipendono da loro.

Dunque quelli che possiamo definire social media hanno cambiato il modo in cui l’informazione – e di conseguenza i media online – è prodotta, distribuita e fruita. Non si tratta solo di questione di spazio e tempo, ma anche dell’introduzione di nuove ‘regole’ nella stesura di una storia. Ecco che comunicatore e giornalista devono essere molto ‘social’ e conoscere gli spazi d’azione.

I social media sono il luogo e allo stesso tempo lo strumento dell’informazione nel quale i due professionisti devono sapersi muovere. I social media sono il luogo della conversazione e danno luogo ad essa. Sono lo spazio in cui chiunque può contribuire, quello della collaborazione e connessione fra tanti.

La chiave per chi lavora nella comunicazione, in ambiti come questi, è mai dimenticare che negli spazi sociali sul web è il consumatore/utente a controllare come l’informazione è generate, organizzata e condivisa. Solo dopo ideare una strategia comunicativa.

 

I blog del Fatto non esistono e una merendina non è un’opinione

Dal Blog di Leonardo Tondelli

da grande saro_ una ferrariPer prima cosa vorrei esprimere solidarietà a Dario Bressanini, che si accomiata dal Fatto quotidiano, (via .mau.) prendendosi quella che chiama “pausa di riflessione”.

Vi confesso che sono sempre più a disagio nello scrivere qui dentro. Per via della “compagnia” che si è aggiunta nel tempo:  complottisti dell’11 settembre, antivaccinisti, “esperti” di energia che sbagliano le unità di misura, “esperti” di nanoparticelle nelle merendine, teorici della decrescita, omeopati, teologi assaggiatori di vino che concionano di ogm invece di parlare di Barolo o Barbaresco e così via. Io ci metto settimane o mesi a leggermi la letteratura scientifica originale e a scrivere un articolo, mentre a scrivere una cazzata con un copia e incolla ci si mette mezz’ora. E dopo neanche un giorno il mio pezzo è svanito dalla home page, scivolato via nel mischione generale insieme a tanti altri con cui francamente non voglio essere associato. Non vale la pena fare tanta fatica.

Forse no, non ne vale la pena. Dipende soprattutto dal valore del tempo che uno ha. Io ho sempre pensato che valga la pena di scrivere in qualsiasi posto ti chiedano di farlo, per dire se Casapound mi desse uno spazio per me varrebbe la pena di scriverci: ovviamente parlando male di Casapound. Secondo me devono sempre essere gli altri a buttarti fuori. Ma la frustrazione di Bressanini la capisco benissimo. Anche adesso, in calce al suo bel post in cui spiega con dovizia di fonti che gli ortaggi bio non risultano più sani degli altri, c’è un bel link a un altro post del Fatto titolato: “Biologico… gli studi dicono che fa vivere di più e meglio”.

Per seconda cosa vorrei cercare di spiegare a Peter Gomez, direttore del Fatto on line, che non può giustificarsi con Bressanini scrivendo, come ha fatto, che “lo spazio dei blog è semplicemente uno spazio libero dei lettori”, un modo molto liberale per dire che non ha intenzione di controllare le eventuali imprecisioni e cazzate dei suoi blogger. Non può, non per una questione deontologica – cioè, volendo ne potremmo anche parlare – ma voliamo un po’ più basso: la distinzione di Gomez tra “blog” e “spazio a destra del sito” non esiste più, se è mai esistita, nella percezione dei lettori.

Voglio dire che il lettore medio che apre l’home del Fatto, o che carambola sul Fatto da un link condiviso, non coglie nessuna differenza tra blog e “contenuto a destra”. Anche perché tra i “blog” a sinistra ci trova tutte le firme più autorevoli del Fatto, e altri personaggi di indubbio spessore: Jacopo Fo, Nando dalla Chiesa, Loretta Napoleoni, e ne dimentico senz’altro di importantissimi. Se poi in mezzo a questi c’è l’esperto di nanoparticelle nelle merendine, non è il caso di nascondersi dietro al concetto di “blog”: qualunque lettore capiterà su quel contenuto avrà la chiara percezione di leggere un pezzo del Fatto Quotidiano, scritto da un giornalista o collaboratore del Fatto Quotidiano. Le cui informazioni sono state controllate dalla redazione del Fatto Quotidiano. Anche se non è così.

Parlo per esperienza: tre anni fa ho iniziato a tenere una rubrica settimanale sull’Unita.it, che poi è diventata un “blog” senza che io stesso avessi ben chiara la differenza. Forse perché la differenza non c’è. I commentatori continuano a chiamarmi “giornalista” e sono convinti che io rappresenti la linea del giornale. Ogni volta che provo a spiegare che sono una cosa diversa, e cioè un “blogger”, mi sento un po’ più ridicolo, quasi che volessi reclamare una verginità che probabilmente non merito. Al lettore non fa nessuna differenza: sulla pagina c’è scritto Unità, fine. E in effetti, l’unica differenza che mi viene in mente è che i contenuti dei blog non sono verificati dalla redazione. Ma il lettore questa cosa non la sa, e nessuno si sta premurando di informarlo.

Gomez me lo ricordo tre anni fa, quando gelò il pubblico di un blograduno annunciando: “abbiamo quattrocento blogger che lavorano per noi assolutamente gratis […] speriamo che questi quattrocento diventino presto quattromila”. Per molti dei presenti fu la campana a morto di ogni speranza di essere pagato per i propri contenuti, ma Gomez era troppo felice per accorgersene: che figata il 2.0, la gente che non vede l’ora di scrivere gratis per te, come una volta erano tutti felici di sfoggiare gli adesivi pubblicitari su automobili e suppellettili. In pratica ospitare dei blog per un quotidiano è questo: offrire gratis la propria testata come un adesivo, da sovrapporre a qualsiasi cazzata. E la gente le legge. Quattrocento blog, almeno 400 contenuti non controllati alla settimana, qualche cazzata ogni tanto scapperà; e la gente le linka, le condivide, crea traffico, genera guadagni, è bellissimo. Qual è l’inconveniente?

Gomez non è un ingenuo, credo che sappia benissimo qual è l’inconveniente: quei 400 blog con l’adesivo del Fatto Quotidiano sono il Fatto Quotidiano. Il lettore li percepisce come Fatto Quotidiano. Se parlano delle nanoparticelle delle merendine, il lettore riterrà di avere letto sul Fatto una notizia sulle nanoparticelle nelle merendine. Non un’opinione: un’informazione. Capisco che un quotidiano consenta opinioni diverse, ma una merendina alle nanoparticelle non è un’opinione. O esiste – e allora mostramela, fuori la fonte. Oppure non esiste. E allora mi stai dicendo una bugia. E se sul tuo post c’è l’adesivo del Fatto Quotidiano, il FQ mi sta dicendo una bugia.

Non esistono blog del Fatto, o blog dell’Unità, o blog di altre testate giornalistiche. Esistono pagine web del Fatto, articoli del Fatto. I lettori non notano la differenza, e fanno benissimo a non notarla. L’unica differenza importante è tra fatto vero e cazzata. Un quotidiano che lascia libero accesso a collaboratori, e che non controlla le potenziali cazzate, ha evidentemente deciso di privilegiare un certo tipo di quantità su un certo tipo di qualità. Magari per ora ha ragione. Io spero che il tempo gli darà torto.

“WoW, Workin on Web”, Il libro per capire come lavorare con e sulla Rete

Wow_copertina_small1E giunse il tempo della fusione, del collasso delle molte in una, del fuoco che brucia e della rinascita dalle ceneri: salutiamo l’era del “professionista della comunicazione online”. Sarà lui o meglio la sua figura professionale la vera protagonista del mondo della comunicazione che verrà anzi, che è già qui. Basta guardarsi intorno per rendersi conto come il “collasso delle molte (figure professionali diverse) in una (figura nuova)” sia già avvenuto. Il risultato è che oggi, per lavorare in Rete, che si tratti di giornalismo, PR, marketing o pubblicità sono necessarie competenze comuni, conoscenze e abilità che sono trasversali alle varie specializzazioni. Non si tratta però solo della constatazione di un cambiamento, si tratta dello scenario con il quale, chiunque voglia lavorare sulla Rete o voglia cogliere le opportunità che questa offre in termini di occupazione, deve necessariamente confrontarsi.

Con Marco Renzi e Claudia Dani abbiamo provato a raccontare questo cambiamento nel nostro libro, edito da Franco Angeli, “Working on Web. Giornalisti e comunicatori: come non si inventa una professione”. Ma non si tratta della solita elencazione dei “nuovi mestieri digitali”, bensì, attraverso le testimonianze di 21 professionisti della Rete, di scoprire, cosa sia necessario “saper fare” per lavorare sulla Rete. Quali siano le competenze, le conoscenze, le abilità, accanto a un quadro di quella che è la situazione oggi, dal punto di vista organizzativo, contrattuale, di mercato del lavoro.

Tutto nasce da nuovi ruoli, nuove professioni che sono ormai centrali nelle redazioni online, alle prese con la dimensione social dell’informazione, con il rapporto diretto con i lettori, con gli stessi social network e le loro dinamiche virali. Ma nuovi ruoli che sono altresì centrali negli uffici stampa, sempre più costretti a trasformarsi in produttori di contenuti informativi, a confrontarsi con un rapporto diretto con i propri utenti e i cosiddetti “influencers”, figure completamente nuove nel mondo della comunicazione, probabilmente originate dalla rete stessa, che condizionano in modo determinante la circolazione delle informazioni,  e non più solo con i giornalisti.

In conseguenza di questo, gli organi di informazione digitale, ma anche la maggior parte delle aziende , siano esse pubbliche o private, stanno ridisegnando gli organigrammi, per rispondere alle nuove modalità di raccolta e diffusione delle informazioni . Le redazioni dei media, che, devono essere presenti con aggiornamenti in Rete e sui diversi social network, affiancano ai giornalisti figure che collaborano direttamente alla realizzazione di articoli e contenuti informativi multimediali, con l’obiettivo di lavorare con e attraverso la Rete.  Un percorso analogo è stato intrapreso nella maggior parte degli uffici stampa e comunicazione delle aziende per riorganizzare le proprie attività interne ed esterne alla luce di una Rete che chiede contenuti di valore, informazioni, approfondimenti e tanta multimedialità e che impone sempre più alle aziende stesse di trasformarsi in “news company”, in produttori d’informazione di qualità.

Uno strumento di approfondimento e conoscenza di un mondo che già in parte esiste e che si va componendo con grandissima velocità. Un mondo che porta con sé grandi opportunità per chi entra nel mercato del lavoro ma che chiede un grande sforzo di aggiornamento per chi nella comunicazione già ci lavora. Aggiornamento che è uno degli ulteriori obiettivi di questo libro.

GLI AUTORI:

Daniele Chieffi: Giornalista. Online Media relations manager per UniCredit. Insegno presso l’Università Cattolica di Milano, La Sapienza di Roma, il Cuoa di Vicenza e la Business School del Sole 24 Ore, oltre a continuare a collaborare con varie testate on line Ho lavorato a Repubblica per oltre dieci anni e ho diretto Vivacity.it, catena di portali locali del Gruppo Espresso. Ho pubblicato, per il Sole 24 Ore, il libro “Online media relations. L’ufficio stampa sulla Rete ovvero il web raccontato ai comunicatori” e per L&V “New Media and Digital Football”. Sono l’animatore della community professionale http://www.olmr.it

Claudia Dani: Giornalista freelance e Pr e Press Officer. Mi occupo di comunicazione web, social e tradizionale per  le aziende. Scrivo contenuti per testate online. Collaboro alla redazione di www.lsdi.it. Curo il mio sito web. Laureata in Esperto nei processi formativi all’Università di Genova.

Marco Renzi: Giornalista, speaker e autore radio televisivo; copywriter, senior-account, media-planner in agenzie di advertising e comunicazione; portavoce di amministratori pubblici; addetto stampa di uomini, gruppi politici e aziende; responsabile per la comunicazione in aziende pubbliche e private; regista e videomaker; blogger, content provider, data journalist, social media manager; organizzatore di eventi; scrittore?

Working on Web. Giornalisti e comunicatori: come non s’inventa una professione

Le nuove professioni nate nel e con il Web. Le opportunità professionali e come cambiano i mestieri "tradizionali" ma, soprattutto, cosa bisogna "saper fare" per lavorare con e sulla Rete, spiegato da 21 grandi professionisti del digitale. Un manuale pratico che è anche un'inchiesta che approfondisce le difficoltà e i problemi dei workers digitali, proponendo soluzioni e scenari futuri

WoW – Working on Web

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