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Questa categoria contiene 8 articoli

Ascolta e rispondi! Sii social.

Suona come un ordine, e in effetti vuole esserlo. L’unica via che le aziende hanno per relazionarsi con i propri clienti all’epoca dei Social Network.social-cloud

I social network non possono più essere lasciati da parte dalle aziende.  Non è possibile ragionare solo in termini di comunicazione. Non il solo reparto comunicazione può occuparsi della gestione social di un’azienda. Deve farlo in completa sinergia con tutte le aree aziendali. Basta un solo esempio ad esplicare il concetto: i social possono divenire un efficace strumento di customer care.

I social media rappresentano il brand. E’ inevitabile che quello che viene pubblicato (sia dall’azienda stessa, che dai clienti) sui social diventi una rappresentazione dell’azienda. Post, commenti, tweet, video e immagini contribuiscono alla creazione di una reputazione buona (o meno) della compagnia.

Accettando e facendo propri i due presupposti qui sopra, ecco che le aziende hanno molti strumenti di cui ‘armarsi’ per relazionarsi con i propri clienti (Facebook, Twitter, Google+, LinkedIn, YouTube…). Si va oltre la sola relazione, è necessario prendersi cura del consumatore e creare insieme a lui. Tradotto: ascoltare prima e rispondere poi.

Il consumatore pone domande, cerca risposte, esprime opinioni, racconta le sue esperienze dirette con i prodotti, vuole essere ascoltato. I social network sono il luogo nel quale tutto questo avviene. Al loro interno la voce dell’azienda è imperativa.

Il rapporto fra consumatore e azienda non può essere unidirezionale, in un senso o nell’altro, deve essere gestito da entrambe le parti. Prendersi cura del consumatore vuol dire relazionarsi con esso, rispondendo alle domande e alle critiche, raccontando loro nuovi prodotti e fornendo dati.

All’interno delle aziende agiranno professionisti in grado di gestire queste relazioni, relazionandosi agli altri reparti dell’azienda stessa. Il Web Communication Manager, coordinando un team di professionisti si occupa di ottimizzare la comunicazione dell’azienda all’interno della rete, insieme al Social Media Manager e al Community Manager. Il SMM si occupa di gestire la presenza social. Il CM gestisce, osserva e analizza le community online.

In Italia non sono molte le aziende che hanno strutturalmente inserito queste figure professionali.Spesso le loro competenze sono esercitate da un solo professionista oppure in alcuni casi da diverse persone.

Io lavoro in Rete (da D di Repubblica)

Da “Wow – Working on Web” lo spunto per parlare di lavoro con e sulla Rete, in un bell’articolo di Anna Volpicelli .

Io lavoro in Rete

Web editor, social media manager, community manager, brand e data journalist, digital PR… Il libro Working on web fa il punto sui profili professionali nati nell’era digitale, attraverso le storie di 21 professionisti e le case history di alcune giovani realtà italiane del web

DI ANNA VOLPICELLI

consigli_per_cercare_lavoro_sul_web_761Tutto è in rapporto con tutto. Parole, immagini, suoni. La comunicazione diventa relazionale e con-partecipativa. Social media, tweet, blog, video e snapchat, l’informazione si arricchisce di strumenti grazie ai quali nascono nuove figure professionali e nuovi linguaggi da imparare, approfondire e sperimentare. Web editor, social media manager, community manager, brand e data journalist, digital PR. Internet propone metamorfosi lavorative, in cui il tradizionale modello di diffusione di notizie, veicolazione, produzione dell’informazione, ricerca e analisi dei dati, costruzione strategica di messaggi aziendali si completa di viralità e condivisione, diventa più veloce.
In “Working on Web” (Franco Angeli, 20 euro) Daniele Chieffi, Claudia Dani, Marco Renzi, illustrano i nuovi mestieri del settore della comunicazione, studiano e delineano il percorso di come Internet abbia allargato redazioni, ristrutturato agenzie e uffici stampa. Esempi riportati nel manuale sono Effecinque (effecinque. it), agenzia giornalistica indipendente con sede a Genova, specializzata in originali formati per l’informazione, Fps media (fpsmedia. it), agenzia di stampa milanese, Linkiesta (linkiesta. it), uno dei più promettenti giornali online di inchiesta. Giovani realtà italiane che, attraverso la loro azione e presenza sul web, mettono in discussione i vecchi canali e spingono a una profonda e vivace riflessione su attuali etiche del mestiere e inediti ed efficaci metodi di “fare comunicazione”.
Nel libro i tre autori intervistano 21 professionisti che si sono ri-inventati un’occupazione oppure si sono ritrovati ad adattare e aggiornare ciò che già svolgevano alle esigenze e richieste del mercato digitale. Nasce, quindi, la necessità di riscrivere nuovi paradigmi comunicativi e professionali, ancora molto confusi, di dare delle linee guida da seguire e da applicare per aggiornare quotidianamente il proprio modo di dialogare in e con la rete. “Ho sentito l’esigenza di scrivere questo libro – racconta Chieffi – perché alle semplici domande “quali siano le professioni che il web ha fatto nascere” e “Come faccio per lavorare nella e con la rete” non c’erano risposte chiare e univoche. Normalmente si elencano una serie di “lavori” dai nomi anglosassoni (social media manager, content curator, seo manager, web reporter, ecc.) ma, dietro al nome piuttosto altisonante, non è ben chiaro che cosa faccia o debba fare questo nuovo lavoratore digitale e soprattutto come si possa intraprendere questa professione”.
In una discussione sul tema all’interno del gruppo “journalism and communication” su Linkedin, David Chartrand, giornalista di Kansas city e membro di Freedom of Information Commitee sottolinea come l’era web 2.0 debba motivare chi lavora nel settore della comunicazione a produrre meglio, incoraggiare e stimolare in modo intelligente il suo pubblico, ormai sempre più partecipe del sistema. “Oggi chiunque è in grado di “fare informazione” – continua Chieffi – e se poi riesce a costruirsi una buona autorevolezza sulla rete, a diventare cioè credibile, magari in un dato settore, diventa a tutti gli effetti un medium. Basta guardare ai bloggers e ai cosiddetti influencers per comprendere che giornalisti e giornali hanno concorrenti “non professionali” ma molto temibili. Persino le aziende sono costrette a confrontarsi con i loro clienti direttamente sul web. Clienti che possono criticarne scelte, pratiche e prodotti pubblicamente e sono in grado di influenzarne la reputazione e la capacità di stare sul mercato. Per questo saper comunicare sulla rete, per le imprese, rappresenta un’importante opportunità”.
Stefano Chiamano, brand communication expert del gruppo P&G, intervistato nel libro, racconta: “Il mio lavoro include tanti campi d’azione, dalla comunicazione olistica di un endorsement, alla crisis management, dall’ufficio stampa off e online, alle blogger relation e al social engagement”. Ci si domanda, a questo punto, quali siano gli skills e le competenze necessarie per cogliere e affrontare le sfide e le possibilità del digitale. ” Tre, a mio giudizio, sono quelle assolutamente irrinunciabili – conclude Chieffi – La capacità di gestione delle conversazioni social e delle dinamiche stesse delle piattaforme che permettono l’interazione. L’abilità di ascolto e di analisi dei bisogni, interessi ed esigenze del proprio pubblico di riferimento ovvero della community e, infine, la capacità di produrre adeguate risposte attraverso l’utilizzo di tutti gli strumenti per la produzione di contenuti (testuali, grafici, immagini, video). Il nuovo professionista digitale è infatti l’ibrido di tutte le vecchie categorie professionali”.

Nella foto, la redazione di Buzzfeed

Mi ero ammalata senza un lavoro a Londra ho ritrovato la dignità

imagesDal blog Iotornose la storia di una giornalista freelance che per svolgere il proprio lavoro con dignità e con la giusta retribuzione è dovuta emigrare in Inghilterra. Al netto dell’impietoso spaccato del mercato del lavoro italiano, la storia di Lou racconta bene cosa “bisogna saper fare” per essere giornalisti digitali, oggi.

“Io torno a fare la giornalista se in Italia mi pagheranno allo stesso modo e se mi tratteranno con lo stesso rispetto dell’Inghilterra, senza dover pestare i piedi ad altri, a 28 anni, per accaparrarmi 20 euro in più e una firma sul giornaletto locale”.
Lou Del Bello, 29 annigiornalista free-lance a Londra

Talvolta di non lavoro ci si può anche ammalare. Lou Del Bello le ha provate tutte in Italia per vivere della sua passione, il giornalismo. L’infelicità le sembrava una condizione normale. Poi una telefonata di un vecchio amico bolognese partito per l’Inghilterra, dove da giornalista free-lance si stava togliendo molte soddisfazioni. «Vieni qui, puoi farti strada». Animo e coraggio, Lou lo ha seguito e oggi non vede più la via del ritorno nell’Italia dei 25mila giornalisti precari (circa i due terzi del totale), il 62% dei quali denuncia un reddito inferiore ai 5000 euro l’anno. Le cifre percepite, in assenza di una legge che regoli l’equo compenso, arrivano anche a 3 euro al pezzo.

Lou iniziò come giornalista a 21 anni, circa otto anni fa, in un giornale locale della Bassa Romagna. La gavetta, però, non le dava alcuna prospettiva di guadagno e per lei, di famiglia economicamente modesta, non poteva essere un investimento a tempo indeterminato.
Molto interessata alle tematiche ambientali, Lou  decise così di creare nel 2009, insieme ad alcuni amici, il progetto Sottobosco.info, un sito su ambiente, lifestyle ed iniziative verdi, con particolare attenzione al territorio dell’Emilia Romagna. Meglio lavorare gratis per un progetto proprio che per uno altrui. Intanto si era laureata in Scienze della Comunicazione a Bologna e stava per terminare la specialistica in Semiotica.

A quel punto, però, aveva bisogno di trovare un lavoro retribuito e fu assunta a Roma da un sito web di informazione generalista. «Sono rimasta per 6 mesi ma è stata un’esperienza molto negativa, non mi piaceva affatto l’idea di giornalismo che mettevano in pratica,  contravveniva alla mia etica e non mi dava alcuna prospettiva di crescita professionale».

Tornata a Bologna, Lou inizia a lavorare nelle pubbliche relazioni di un’azienda bolognese, un ente di certificazione del settore biologico, dove però non aveva prospettive interessanti. E poi lei voleva fare la giornalista free-lance. «Non riuscivo a trovare nulla di interessante. Molti mi rimproveravano di non volermi adattare, persino di non voler fare la gavetta. Ho sentito molte volte mascherare la piaggeria sotto il termine “flessibilità”. A quasi 28 anni, trovo inaccettabile l’idea di dover pestare i piedi a qualcun altro per accaparrarmi 20 euro in più e una firma sul giornaletto locale. Ne faccio tuttora una questione di dignità e professionalità».

Poi è arrivato il giorno più importante della sua vita, era il 26 dicembre 2011: «Delusioni e stress  cominciavano ad impattare anche sulla mia salute, mi beccai una bella gastrite nervosa che mi ha accompagnato per molti mesi a venire. Alcuni amici mi dicevano, saggiamente, di cambiare mestiere, ma io restavo convinta che una soluzione al mio problema dovesse esserci. Me la fornì un amico che stava a Londra, mi raccontò la sua esperienza positiva e mi chiese scherzosamente: “Ti ho convinto”? Presi quello scherzo seriamente. Mi resi conto che altrove c’erano delle possibilità, che puntare su un contesto economico e professionale differente era un buon investimento. La mia risposta fu: “Sì, mi hai convinto”. E stavolta ero molto seria».

Ovviamente progettare una vita altrove non è uno scherzo, i mesi seguenti alla sua decisione Lou li ha  dedicati a prepararsi un futuro senza inciampi: ha rinforzato il suo inglese e ha fatto il test IELTS, una certificazione necessaria per essere ammessi all’università. Non senza sforzo ha ottenuto un prestito d’onore da una banca. Ventimila euro e una borsa di studio sono bastati per pagare le tasse di un Postgraduate in Giornalismo Scientifico alla City University di Londra, probabilmente la più prestigiosa università a livello europeo per quanto riguarda il giornalismo. «Avevo 28 anni, il tempo per entrare nel mondo del lavoro stava per scadere, non potevo permettermi un altro passo falso».

Diversi stage le hanno dato la possibilità di entrare in contatto con realtà di primo piano del giornalismo inglese come il Guardian, per il quale ha realizzatoun blog sul tema delle energie rinnovabili. Ora Lou fa la free-lance e collabora in maniera continuativa con una rivista che si occupa di energie rinnovabili, scienze e tecnologie nei Paesi in via di sviluppo, Scidev.net. Il suo punto di forza è la multimedialità e duttilità, grazie alla capacità di realizzare audiogallerie, podcast, pezzi scritti, video.

Lou ha già progetti e commissioni che la terranno impegnata per i prossimi mesi: «C’è un rapporto di fiducia tra il committente e il giornalista. Se io dico che mi occorrono X giorni o ore per fare un lavoro,quelle ore mi vengono pagate. La mia tariffa è: 25 pound all’ora fino a 4 ore di lavoro, mentre la tariffa giornaliera è in media di 200 pound. 
Per un‘audioslide show di 4 minuti arrivano a pagare 400 sterline, più le spese di viaggio. Sono andata anche in Olanda per realizzarne una. Un podcast viene pagato in media 200 sterline, e stiamo parlando di riviste che non ricevono finanziamenti pubblici, ma per lo più donazioni da parte di enti benefici».

La crisi dell’editoria si sente anche in Inghilterra ma ci sono realtà di medie dimensioni, come Scidev.net, che prosperano producendo contenuti di alta qualità e trattando i collaboratori con dignità e rispetto. Gli editori, inoltre, non intervengono quasi mai nel merito del lavoro dei giornalisti: «è molto raro, soprattutto nel lavoro scientifico, vedere pubblicato un articolo sbilanciato o, peggio ancora, una “marchetta”». Lou spiega che ogni pezzo giornalistico passa tre livelli di editing: si manda a un editor, che lo rimanda indietro con delle domande e osservazioni, lo si rimanda allo stesso editor e , se va bene, questi lo inoltra a un sub-editor che corregge il linguaggio e rende il tutto più armonioso. Non è un problema, pertanto, se ancora la sua padronanza dell’inglese non è eccellente come quella di un madrelingua e se commette qualche errore grammaticale.

Finalmente Lou si sente apprezzata per il suo lavoro e a Londra è felice, ha trovato ottimi amici e cerca di evitare la compagnia esclusiva di altri italiani. «Non ci torno volentieri neanche per le vacanze in Italia. Ormai la mia battaglia è persa, ci ho provato ma non ce l’ho fatta, e per rabbia sono andata via. Anzi, sono stata fortunata a non avere avuto una singola possibilità lavorativa: a un certo punto ero così disperata che, se mi avessero dato un’opportunità da 300 euro al mese per rimanere a Bologna, non sarei andata via. Invece ora sono qui».

Sempre meglio che lavorare (gratis)

imagesLa storia di Effecinque, nata dalla Totem di Franco Carlini diventa uno spaccato di una professione, quella giornalistica, che vive in mezzo al guado di una crisi occupazionale pesantissima, di situazioni di sfruttamento gravi da sanare ma anche nel pieno di una rivoluzione digitale che ne sta ridisegnando i confini e riformulando i fondamentali professionali. Da Valigia Blu

di effecinque Agenzia giornalistica (Copyright © valigiablu.it)

Il mondo del giornalismo che cambia, la crisi, i social network. L’esperienza di giovani giornalisti-freelance-imprenditori-comunicatori-esperti digitali che hanno fondato l’agenzia di servizi Effecinque: «La prima cosa che si impara lavorando corpo a corpo con internet è fare rete. Ma sappiamo che la stabilità è un miraggio».

Mi ricordo una volta un collega della carta stampata – quasi coetaneo, sveglio, non certo il pensionando dorato che ancora si lustrava la sua Lettera 22 – che un po’ scherzando, un po’ seriamente ci diceva: “Perché noi giornalisti…”, e poi, dopo un attimo di incertezza: “…e includo anche voi, dai…”. E naturalmente l’accondiscendenza sull’essere giornalista e su che cosa è un giornalista non aveva a che fare coi tesserini – che per altro avevamo tutti. Riguardava semmai il fatto che noi non lavoravamo in un giornale “di carta”, bensì in una strana web agency, dove si scrivevano pezzi e approfondimenti per l’online, nonché per la carta; dove si realizzavano e si gestivano portali, blog, progetti di comunicazione digitale; dove poteva capitare di avere a che fare con l’aggiornamento di un sito di notizie sull’agricoltura biologica, col portale della PA da sistemare, o con un pezzone di esteri per una testata nazionale.

Era la Totem di Franco Carlini, erano i primi anni duemila, eravamo (ed è solo uno dei tanti meriti di Franco) quasi tutti assunti regolarmente come art 1, e i social media erano ancora di là da venire, così come la crisi economica. Ma c’era già tutto. C’era già la dimensione del giornalista come un professionista della comunicazione, che, sì, deve saper scrivere un pezzo – la breve, l’analisi, e l’inchiesta, all’occorrenza – ma deve anche sapere come va gestito un sito di notizie, che sia corporate o una testata registrata.

Deve avere un’idea di come far funzionare e di cosa mettere in una newsletter (allora), o una pagina Facebook (oggi). Deve sperimentare gli ultimi strumenti usciti, e prestarsi a fare lavori non prettamente legati all’idea più tradizionale di reporter, ma profondamente connessi con la rivoluzione digitale che stiamo vivendo. Del resto Franco, che aveva contribuito a fondare Il manifesto e per anni ne ha gestito alcune pagine, le indimenticabili Chips & salsa, che era considerato giustamente un pioniere della Rete in Italia e il miglior divulgatore tecnologico, non disdegnava sedersi alla scrivania e sporcarsi le mani con codici, formattazioni, ma anche blog, siti, e tutto l’umile armamentario del professionista digitale.

Questo per sgombrare subito dal campo l’equivoco insopportabile del “sempre meglio che lavorare”. In un momento in cui il lavoro giornalistico sembra semplicemente non esserci – non ci sono posti, in sostanza, e rischiano di essercene sempre meno – usciamo una volta per tutte dalla mitologia del lavoro che non è un lavoro. Certo che lo è, e come altri lavori qualificati richiede tempo, competenze, esperienza e dedizione, oltre che diverse specializzazioni. E in genere lo si fa per campare, così come campano perfino i luminari della medicina del proprio lavoro. O gli informatici. O gli avvocati. Altrimenti è un hobby come la barca a vela. E perfino più costoso e senza abbronzatura garantita.

Abbracciare con convinzione questa idea in verità banale e lapalissiana – invece di urlare al mondo che no, senza scrivere non possiamo vivere noi, perché siamo in missione per conto del dio Giornalismo – potrebbe servire anche ad affrontare diversamente il rapporto con gli editori e la questione della retribuzione e dei diritti. Ma servirebbe anche a focalizzare meglio il dibattito sull’identità del giornalismo oggi.

È stato a partire da un simile coacervo di riflessioni che qualche anno fa, con altri tre colleghi di Totem, abbiamo fondato un’altra agenzia giornalistica, Effecinque. È sufficiente scrivere articoli – ci siamo chiesti, mentre il contesto attorno a noi, e lo stesso web, stavano mutando rapidamente – ma anche solo gestire blog, realizzare fotogallery, twittare breaking news? Cosa altro si può fare che abbia un valore informativo, che sia interessante, utile, ma anche piacevole e con cui comunque continuare a pagarci uno stipendio a fine mese? (Qualsiasi riflessione sul giornalismo, e qualsiasi progetto editoriale, che non tengano conto di quest’ultimo aspetto sono destinati a fallire, oltre che essere decisamente ipocriti…).

E così abbiamo iniziato a sperimentare formati e forme di collaborazione nuove: video in motion graphic coi nostri partner di Tiwi, data journalism con gli amici di DataNinja e Wired, collaborazioni con realtà simili alla nostra come China Files, timeline interattive, Storify e via dicendo. Il tutto senza dimenticare di fornire servizi più tradizionali, piani editoriali per specifici progetti, scalette giornalistiche, ma anche inchieste, reportage, approfondimenti, magari perfino per l’amata/odiata carta. Si lavora in rete, su singoli progetti, raccogliendo le competenze specifiche e necessarie, mettendoci sempre un taglio giornalistico, cercando quando si può di innovare, e comunque di fare al meglio quel lavoro.

Senza dimenticare la parte amministrativa, le fatture, il rapporto coi nostri stessi collaboratori, i problemi di cash flow. Siamo freelance, siamo imprenditori di noi stessi, siamo giornalisti, comunicatori, esperti di Rete? Boh… Forse tutte queste cose assieme, a seconda del cappello che indossiamo. Ci diventeremo ricchi? No. Ci campiamo? Sì, ma il come dipende dai periodi (discreto il 2011, così così il 2012, buono, per ora, il 2013). Sappiamo che la stabilità è un miraggio e che da qui a 18 mesi potremmo non essere più sul mercato.

E dimenticati i fasti dell’art 1 di un tempo, stiamo ancora cercando di capire la giusta formula contrattuale, che ci offra garanzie ma sia abbastanza flessibile da seguire le fluttuazioni del mercato di un’agenzia piccola come la nostra. Di sicuro crediamo che il giornalismo abbia bisogno di arricchirsi, di cambiare, di innovare, di sperimentare. Così come ne hanno bisogno i singoli giornalisti, e soprattutto i freelance, e non perché siano da meno dei colleghi contrattualizzati, anzi. Non è facile farlo, naturalmente, perché costa tempo e denaro e gli editori (ma non solo loro) vogliono tutto, subito e a basso prezzo.

Ma la prima cosa che si impara lavorando corpo a corpo con internet è proprio quella di fare rete. Tra di noi. Tra giornalisti, programmatori, grafici, esperti di social media, editori digitali. A volte è una faticaccia. A volte è un buco nell’acqua. Ma a volte vengono fuori cose davvero speciali. Nate dal basso, da piccole realtà come le nostre, e non dai mogul dell’informazione. E magari è pure molto divertente. E, sì, è “sempre meglio che lavorare (gratis)”. PS: Dall’esperienza di Totem, oltre a effecinque, sono nate altre due società una delle quali sviluppa videogiochi. Gli ex-totems li trovi che lavorano con e nelle maggiori testate italiane. Per dire che buone idee possono finire ma se sono davvero buone seminano…
http://www.valigiablu.it/sempre-meglio-che-lavorare-gratis/
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Definire i giornalisti e le testate giornalistiche online: impossibile e dannoso

Dal blog di Mario Tedeschini Lalli

Leggi qui l’aggiornamento del post del 17 giugno 2013

giornalismo-onlineMa che cosa è il “giornalismo online”, che cosa è una “testata online”? A quasi vent’anni dai primi esperimenti riemergono difficili esercizi definitori, che in alcuni casi sembrano di fatto inevitabili. Se ne è accorto il Corecom della Toscana che un anno fa ha lanciato un  censimento “delle web tv, delle web radio e della web press” della regione, con la collaborazione dell’Universita di Firenze, dell’Ordine e del sindacatodei giornalisti della Toscana. Nel programma di attività per il 2013 si legge infatti che la ricerca si propone

…innanzitutto di tracciare un perimetro del campo dell’informazione e della comunicazione sul web, anche attraverso un percorso definitorio essenziale alla comprensione del fenomeno. In secondo luogo si procederà a indagare le dimensioni del fenomeno per conoscere quante e quali sono le esperienze editoriali sul web, con uno sguardo anche alla qualità e alla professionalità del lavoro svolto.

Gli strumenti attraverso i quali raggiungere questi obiettivi saranno sia di natura quantitativa, come il censimento dei soggetti operanti, sia di natura qualitativa, come il monitoraggio di alcune esperienze significative sulla base di indicatori relativi alla qualità dei contenuti pubblicati, la frequenza degli aggiornamenti, i livelli di interattività. L’utilizzo di focus group tematici completerà il lavoro sul versante delle aspettative e delle valutazioni delgi utenti di questo tipo di informazione. Le risultanze del censimento saranno a disposizione degli organi consiliari per i necessari interventi, anche normativi, sul settore dell’editoria e per gli eventuali successivi approfondimenti.

Interpellato da alcuni amici in proposito ho sostenuto l’intrinseca contraddizione tra la necessità tutta giuridico-aministrativa di “definire” e “tracciare perimetri” e la realtà dell’universo digitale che per sua natura disgrega contenitori, canali e strutture professionali e crea mondi ibridi. Ecco, allora, alcune riflessioni, sia pure non nuovissime.

  • Premessa: è cosa buona e giusta che le imprese giornalistiche e chi ci lavora si battano per sopravvivere (io stesso ho un legittimo interesse personale a che ciò sia), ma occorre fare attenzione a non confondere “giornali” (le “testate”) o, peggio, i “giornalisti” con il “giornalismo”. Da un punto di vista politico/civico ciò che dobbiamo cercare di mantenere vivo è il “giornalismo”, a prescindere da chi lo eserciti o dal contesto produttivo nel quale lo eserciti.
  • Di conseguenza occorre smettere di definire il giornalismo e le testate giornalistiche per lo strumento che adoperano (”testate online”, “televisioni”, “radio”… ). Quindi nessuna “delimitazione” dei “confini del giornalismo online” (peraltro impossibile), tanto più che ormai qualunque organizzazione giornalistica adopera molti strumenti diversi. Capisco il problema di istituzioni come l’AgCom o i Corecom (che ne sono per certi versi l’emanazione regionale) che devono capire se e di che cosa si devono occupare. Ma qualunque “perimetro” si tracci mi inquieta.
  • In particolare ritengo dannoso qualunque tentativo di distinguere online tra lavoro giornalistico e attività di libera informazione da parte di cittadini. Anche perché le organizzazioni giornalistiche e i giornalisti più avvertiti hanno già infranto il confine psicologico e si affidano a un rapporto informativo più permeabile con gli utenti/lettori che diventano anche informatori (socializzazione dell’informazione, crowdsourcing, ecc.).
  • Tanto più pericoloso se alcuni dei criteri dovessero riguardare “la qualità dei contenuti”. Qualunque tribunale pubblico della verità e della qualità sarebbe pericolosissimo.
  • Conclusione (provvisoria): I nostri sforzi analitici ed eventualmente definitori dovrebbero pertanto dedicarsi a identificare il giornalismo, o meglio quale parte del giornalismo attualmente prodotto da “giornali” e “giornalisti” senza il quale non può esistere cittadinanza informata. Quello che io chiamo“il giornalismo che conta“, una piccolisima percentuale del resto del giornalismo (anche buono e buonissimo) che è tuttavia fungibile, può essere cioè prodotto da soggetti e organizzazioni che col giornalismo non c’entrano nulla.

Se cominciamo a fare chiarezza su tutto questo, possiamo con più tranquillità – anche se non non con maggiore facilità – affrontare il problema più ampio di come finanziare “il giornalismo che conta”.

Diffusione comunicati stampa fai-da-te

ufficio_stampa_3… a proposito degli spazi del web e degli strumenti…

Siamo nell’era dell’informazione online.

Troppe volte, ho pronunciato io stessa e sentito da altri, questa affermazione che ormai suscita solo sbadigli. Tutto quello che finisce in rete, automaticamente ricade sotto la definizione di informazione.

Questa settimana, una collega che si occupa di comunicazione per diverse aziende, mi raccontava dell’utilizzo di siti come comunicati-stampa.net, comunicati-stampa.com, comunicati-stampa.org e così via, per i propri clienti. Questi siti pubblicano, quasi tutti, senza batter ciglio i comunicati stampa che ricevono.

Il meccanismo è semplice, basta registrarsi, darsi un nome utente e una volta ricevuta la conferma via e-mail, iniziare a postare i contenuti, senza alcun esborso di denaro. Nella maggior parte dei casi i siti utilizzano CSM WordPress, basta solo fare un copia-incolla del proprio comunicato e lo si vedrà apparire online.

In più di un caso, onestamente, è difficile distinguere fra nota pubblicitaria e comunicato stampa. Allo stesso modo è difficile comprendere chi sia il destinatario di spazi web come questi, dato che i contenuti si muovono fra innumerevoli ambiti.

Ma quanto è efficace una strategia comunicativa di questo tipo? Dipende, come sempre, dagli scopi e dagli obbiettivi del cliente.

È innegabile che un cliente, se ancora ne esistono, poco esperto di web, potrebbe esser entusiasta nel vedere pubblicata e moltiplicata la notizia che lo riguarda, ma, almeno a parer mio, si tratta di ‘sparare nel mucchio’. Un messaggio così non arriva al destinatario semplicemente è online e in più su siti molto generici.

Va tenuto conto poi di quale sia la reputazione di quei siti web, sono fonti che i giornalisti utilizzano? Come sono indicizzati? Ottimizzati? Chi si informa su quei siti, per avere le ultime notizie?

Una volta risposto esaurientemente alle domande sopra, sapremo se è lo spazio web che fa per noi e il nostro cliente.

Non discuto sul fatto che siti web come questi, possano essere forti distributori, soprattutto grazie al lavoro di SEO, ma va deciso a priori e in accordo con il cliente quale sia lo scopo che si vuole raggiungere e solo allora sapremo se comunicatistampa.it/.com/.net ecc ecc fa per noi.

Start-up, la bolla col business nascosto dietro

StartupsMano protesa, stretta vigorosa: “Ciao sono Daniele e faccio il giornalista”, dall’altra parte “Ciao, sono [il nome sceglietelo voi] e ho una startup”. A seguire una generosa descrizione del progetto, innovativo ça va sans dire, ormai quasi pronto per il lancio. Occhi luccicanti e convinzione da imprenditore navigato. Al ritorno a casa il progetto mi rimane fumoso, il business model a dir poco opaco e quando mi chiedo se potrei mai utilizzare quel prodotto / servizio o se per me abbia un minimo di valore mi viene sempre da alzare le spalle e pronunciare un bel “boh!”  [sì, mi capita di parlare da solo in macchina].

Quando mi sono reso conto di aver vissuto spesso situazioni del genere mi sono anche accorto che da qualche tempo non si parla d’altro che di startup e di startupper. Insomma, viviamo l’era del “mi sono messo in testa un’idea meravigliosa e la sto pure realizzando”. E’ forse tutta colpa di Chris Anderson e della sua “coda lunga” mi dico io, che ha fatto passare il concetto che sul Web c’è talmente tanto spazio (e mercato) che quasi tutte le idee possono diventare imprese profittevoli, basta “dimensionare” il business plan?

Che Internet abbia aperto nuovi scenari e nuove opportunità imprenditoriali non c’è dubbio ma che esista un automatismo fra l’idea e la sua concreta realizzazione e fra queste e il successo o quantomeno la sostenibilità ce ne passa. Anche su Internet, avviare un’impresa chiede impegno, capacità di gestione aziendale e, soprattutto, visione di un mercato e capacità di aggredirlo. Che poi queste capacità le si possieda per talento o le si impari, fa poca differenza, sono necessarie, nonostante la coda lunga e il Web.

Si perché, si tratterà pure di imprese innovative e digitali ma, alla fine, i soldi, le tasse, gli investimenti, i business plan, i contratti, i clienti, i dipendenti, i fornitori, la burocrazia sono tutta “roba vera”, con la quale ci si deve misurare e che non si può “mettere in stand-by”. Sarà per questo che le startup che riescono a raggiungere la dimensione di azienda si contano sulle mani ed emergono dal campo coperto dei cadaveri di quelle che non ci sono riuscite?

E’ il tanto parlare di startup, quasi fosse l’antidoto alla crisi e alla disoccupazione giovanile, che è preoccupante e la confusione, sempre più spinta, fra il concetto di “fare impresa” e quello di “accrescere la propria professionalità e attrezzarsi ad essere freelance”. Quello che sfugge, infatti, sempre più spesso è che il mercato del lavoro, su Internet ma non solo, sta sempre più diventando un mercato di professionisti, che passano da cliente a cliente, forti della loro professionalità e del loro personal branding. Che questo sia giusto o auspicabile è un’altra storia ma rimane che sia sempre più così.

Siamo lontani, quindi dall’idea di fare impresa, se non di essere imprenditori di sé stessi e il continuo cicaleggiare di startup non fa altro che creare confusione ed errori di prospettiva.  Diciamolo chiaramente che il futuro del lavoro è quello di solidi professionisti molto ben preparati e non di un mondo di imprenditori improvvisamente affollato di persone che hanno avuto “idee geniali” e hanno Zuckenbergianamente “svoltato la vita”.

Al Festival del Giornalismo di Perugia, durante una piacevole cena, con Luca De Biase abbiamo parlato proprio di questo, approfondendo l’impegno della sua Fondazione Ahref nel sostenere le idee migliori per farle realizzare e riuscire così, con i fatti, a coinvolgere aziende e investitori. Idee imprenditoriali concrete, solide, con un mercato e una logica strategica e organizzativa digitali o che utilizzano gli strumenti digitali per creare nuovi mercati. Di questo ha parlato, e bene, anche Barbara Imbergamo sul suo blog.

Insomma, le startup non esistono o meglio non sono altro che la riedizione in linguaggio web-friendly di formule come “nuova impresa” o “imprenditoria giovanile”. Non è cambiato granché, era difficile prima ed è difficile ora fare impresa, nonostante Internet abbia aperto sicuramente nuovi mercati e nuove prospettive. E allora viva l’impresa, viva la capacità innovativa, viva la voglia di realizzare un sogno ma, per favore, niente squilli di trombe e niente sensazionalismi e, soprattutto, niente accenni a non meglio identificate “nuove stagioni” o, peggio, diffusioni di messaggi tipo “ora è tutto più facile, fatti una startup e risolverai la tua vita”.

A dirla tutta, le startup sono esse stesse un nuovo mercato, popolato di personaggi che promettono di aiutarle a metterle in piedi, che si propongono come formatori, docenti di master (sì, esistono master per realizzare startup) o che, semplicemente, girano per convegni a diffondere il verbo dello startupparo devoto e felice. Loro sì che l’hanno trovato il nuovo mercato.

Avere un blog non è una professione, è usare uno strumento

“Lui? E’ il blogger di Telecom, lei, invece, è quella di Vodafone” mi disse un amico, durante un evento, accennandomi a due persone poco distanti da noi. Mi colpì l’attribuzione di appartenenza aziendale per due blogger e, soprattutto, mi colpì il fatto che fosse, alla fine, cosa nota un po’ a tutti.

Recentemente Federico Evangelisti, sul suo blog, ha postato una riflessione interessante proprio sul rapporto fra blogger e aziende. La tesi di Federico suona più o meno così: come si possono considerare autorevoli e affidabili i blogger, visto che sono sempre più “coinvolti” dalle aziende e quindi tendenzialmente magnanimi con le stesse? Alla fine poi propone una sorta di codice deontologico per i blogger stessi.

La provocazione del codice deontologico è interessante, perché apre un quesito tutt’altro che banale. La deontologia presuppone una professione e quindi: esiste la professione di blogger? E se sì, in cosa consiste?

La risposta non è né semplice né immediata. Andiamo con ordine. Per chi lavora, come me nella comunicazione aziendale e si occupa di Web è la norma, ormai, vedere eventi pensati per i blogger (qualcuno ricorda “MeetFs”, al netto delle polemiche che innescò?), cene, inviti a conferenze stampa e presentazioni, invii di prodotti in prova, coinvolgimento di questi personaggi come testimonial o come “detonatori” di viralità nell’ambito di eventi (“chiamiamo un blogger e facciamogli fare il live twitting” si sente dire nelle stanze degli uffici comunicazione di grandi aziende).

I blogger quindi si stanno sempre più definendo come “attori di processi di comunicazione”, forti della loro posizione di “influencers”. Hanno un pubblico e si stanno sempre più avvicinando ad essere “media”. Il loro mestiere è quindi sovrapponibile a quello di un giornalista? Per alcuni sicuramente sì. In particolare quelli che scelgono di “fare informazione” e in molti casi la fanno anche meglio dei giornalisti stessi (rischiando molto e in prima persona), ma sono decisamente una minoranza.

Accanto a questi ci sono quelli che fanno altri mestieri e che utilizzano un blog per dire semplicemente quello che pensano, per contribuire a discussioni e dibattiti. Opinionisti, li potremmo chiamare, apprezzati per la loro preparazione specifica e per il valore delle loro opinioni, sono a tutti gli effetti gli editorialisti della Rete.

In mezzo a queste due “categorie” ci sono tutti i blogger che si specializzano in particolari settori merceologici e instaurano rapporti con questa o quell’azienda. Gli “esperti”, li potremmo chiamare, in grado (così si ritiene) di decretare il successo di un prodotto o affossarne le speranze commerciali. Il post di Federico Evangelisti si riferiva soprattutto a questi, fermo restando che queste tre categorie sono tutt’altro che tre silos stagni, anzi, i confini sono talmente sfumati da essere difficilmente visibili.

E quindi? I blogger fanno tre lavori diversi? In realtà il minimo comun denominatore è che il postare, avere un blog, essere un blogger non è un mestiere ma un mezzo. Oggi il blog serve per ottenere visibilità e farsi un nome, per ottenere commesse, consulenze, contratti, per entrare nel “giro buono”. Insomma il blog è, quasi sempre, uno strumento di personal branding. Anzi, è “LO” strumento. Non sempre e non comunque, sia chiaro, ma la tendenza è indiscutibile.

Così, si diventa blogger per poi riuscire a essere influencers e quindi determinanti per una o più aziende e intrecciare rapporti con queste. Si apre un blog per costruirsi un’autorevolezza in un settore per poi proporsi come consulente o esperto. Si apre un blog e si cerca di diventare “personaggi”, per poi essere chiamati a fare da testimonial o altro. E ancora si apre un blog, si accetta di posizionarlo sulle piattaforme di grandi siti d’informazione, gratuitamente, per ottenere quella visibilità utile a cercare di scavarsi un posto come giornalista o comunque nel mondo dell’informazione.

Che c’è di male in tutto questo? Nulla, in realtà. L’autorevolezza di un blogger dipende dalla community, si dirà, quindi se le persone continuano a seguirlo, vuol dire che, alla fine, non svolge male il proprio “ruolo” informativo o comunque è apprezzato e se da questo trae una qualche forma di vantaggio, fosse pure economico, ben venga.

L’unica cosa che forse val la pena fare è sgombrare definitivamente il campo dall’esistenza dalla categoria dei blogger “puri”, almeno in Italia. secondo i dettami filosofici degli albori della Rete, ovvero quelle voci libere che avevano il compito di nutrire la conoscenza collettiva della Rete, trovando contenuti di valore e mettendoli a disposizione della comunità.

Il blogging è quindi entrato in una nuova dimensione, sempre più a servizio del personal branding del blogger stesso. Si apre un blog per “secondi fini”, il che, di per sé, non è un male. In questo senso, il Web offre una opportunità preziosa, una possibilità che prima non esisteva. Poi, una volta attivi nel grande mare del Web, quel che conta è ciò che sai fare e il valore di ciò che scrivi e questa è una forma di meritocrazia più unica che rara. L’importante è smetterla di ammantare il blogging di significati culturali e libertari che ormai non ha più o ha in forma residuale, per il resto, viva i blog!  

Working on Web. Giornalisti e comunicatori: come non s’inventa una professione

Le nuove professioni nate nel e con il Web. Le opportunità professionali e come cambiano i mestieri "tradizionali" ma, soprattutto, cosa bisogna "saper fare" per lavorare con e sulla Rete, spiegato da 21 grandi professionisti del digitale. Un manuale pratico che è anche un'inchiesta che approfondisce le difficoltà e i problemi dei workers digitali, proponendo soluzioni e scenari futuri

WoW – Working on Web

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