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Professioni e dintorni

Definire i giornalisti e le testate giornalistiche online: impossibile e dannoso

Dal blog di Mario Tedeschini Lalli

Leggi qui l’aggiornamento del post del 17 giugno 2013

giornalismo-onlineMa che cosa è il “giornalismo online”, che cosa è una “testata online”? A quasi vent’anni dai primi esperimenti riemergono difficili esercizi definitori, che in alcuni casi sembrano di fatto inevitabili. Se ne è accorto il Corecom della Toscana che un anno fa ha lanciato un  censimento “delle web tv, delle web radio e della web press” della regione, con la collaborazione dell’Universita di Firenze, dell’Ordine e del sindacatodei giornalisti della Toscana. Nel programma di attività per il 2013 si legge infatti che la ricerca si propone

…innanzitutto di tracciare un perimetro del campo dell’informazione e della comunicazione sul web, anche attraverso un percorso definitorio essenziale alla comprensione del fenomeno. In secondo luogo si procederà a indagare le dimensioni del fenomeno per conoscere quante e quali sono le esperienze editoriali sul web, con uno sguardo anche alla qualità e alla professionalità del lavoro svolto.

Gli strumenti attraverso i quali raggiungere questi obiettivi saranno sia di natura quantitativa, come il censimento dei soggetti operanti, sia di natura qualitativa, come il monitoraggio di alcune esperienze significative sulla base di indicatori relativi alla qualità dei contenuti pubblicati, la frequenza degli aggiornamenti, i livelli di interattività. L’utilizzo di focus group tematici completerà il lavoro sul versante delle aspettative e delle valutazioni delgi utenti di questo tipo di informazione. Le risultanze del censimento saranno a disposizione degli organi consiliari per i necessari interventi, anche normativi, sul settore dell’editoria e per gli eventuali successivi approfondimenti.

Interpellato da alcuni amici in proposito ho sostenuto l’intrinseca contraddizione tra la necessità tutta giuridico-aministrativa di “definire” e “tracciare perimetri” e la realtà dell’universo digitale che per sua natura disgrega contenitori, canali e strutture professionali e crea mondi ibridi. Ecco, allora, alcune riflessioni, sia pure non nuovissime.

  • Premessa: è cosa buona e giusta che le imprese giornalistiche e chi ci lavora si battano per sopravvivere (io stesso ho un legittimo interesse personale a che ciò sia), ma occorre fare attenzione a non confondere “giornali” (le “testate”) o, peggio, i “giornalisti” con il “giornalismo”. Da un punto di vista politico/civico ciò che dobbiamo cercare di mantenere vivo è il “giornalismo”, a prescindere da chi lo eserciti o dal contesto produttivo nel quale lo eserciti.
  • Di conseguenza occorre smettere di definire il giornalismo e le testate giornalistiche per lo strumento che adoperano (”testate online”, “televisioni”, “radio”… ). Quindi nessuna “delimitazione” dei “confini del giornalismo online” (peraltro impossibile), tanto più che ormai qualunque organizzazione giornalistica adopera molti strumenti diversi. Capisco il problema di istituzioni come l’AgCom o i Corecom (che ne sono per certi versi l’emanazione regionale) che devono capire se e di che cosa si devono occupare. Ma qualunque “perimetro” si tracci mi inquieta.
  • In particolare ritengo dannoso qualunque tentativo di distinguere online tra lavoro giornalistico e attività di libera informazione da parte di cittadini. Anche perché le organizzazioni giornalistiche e i giornalisti più avvertiti hanno già infranto il confine psicologico e si affidano a un rapporto informativo più permeabile con gli utenti/lettori che diventano anche informatori (socializzazione dell’informazione, crowdsourcing, ecc.).
  • Tanto più pericoloso se alcuni dei criteri dovessero riguardare “la qualità dei contenuti”. Qualunque tribunale pubblico della verità e della qualità sarebbe pericolosissimo.
  • Conclusione (provvisoria): I nostri sforzi analitici ed eventualmente definitori dovrebbero pertanto dedicarsi a identificare il giornalismo, o meglio quale parte del giornalismo attualmente prodotto da “giornali” e “giornalisti” senza il quale non può esistere cittadinanza informata. Quello che io chiamo“il giornalismo che conta“, una piccolisima percentuale del resto del giornalismo (anche buono e buonissimo) che è tuttavia fungibile, può essere cioè prodotto da soggetti e organizzazioni che col giornalismo non c’entrano nulla.

Se cominciamo a fare chiarezza su tutto questo, possiamo con più tranquillità – anche se non non con maggiore facilità – affrontare il problema più ampio di come finanziare “il giornalismo che conta”.

Informazioni su daniele chieffi

Classe 1970, giornalista, capo ufficio stampa Web di Eni. Per quattro anni online media relations manager di UniCredit e per oltre dieci anni a Repubblica, da dove va poi a dirigere la redazione di Vivacity.it, catena di 35 giornali locali online nata su progetto comune Gruppo Espresso Gruppo UniCredit, terzo sito d’informazione d’Italia nei primi anni 2000. Collabora con varie testate online e tiene docenze su temi legati al web e alla comunicazione. ha pubblicato, per il Sole 24 Ore editore, i libri “Online media relations. L’ufficio stampa sulla Rete ovvero il web raccontato ai comunicatori” nel 2011 e "Social Media Relations. Comunicatori e communities, influencers e dinamiche sociali del Web. Le P.R. online nell'era di Facebook, Twitter e Blogger" nel 2013. Sempre nel 2013, per Apogeo "Online Crisis management" e per Franco Angeli "Working on Web. Giornalisti e comunicatori, com non s'inventa una professione". Appena può dà sfogo alle sue passioni: la lettura, la motocicletta, i viaggi e la fotografia.

Discussione

Un pensiero su “Definire i giornalisti e le testate giornalistiche online: impossibile e dannoso

  1. Tutte le considerazioni di Daniele sono più che condivisibili. Aggiungo una domanda parzialmente retorica: ha senso investire energie per quantificare una realtà in continuo divenire?

    Pubblicato da daniela de sanctis | 26 giugno 2013, 5:01 PM

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