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Professioni e dintorni

Avere un blog non è una professione, è usare uno strumento

“Lui? E’ il blogger di Telecom, lei, invece, è quella di Vodafone” mi disse un amico, durante un evento, accennandomi a due persone poco distanti da noi. Mi colpì l’attribuzione di appartenenza aziendale per due blogger e, soprattutto, mi colpì il fatto che fosse, alla fine, cosa nota un po’ a tutti.

Recentemente Federico Evangelisti, sul suo blog, ha postato una riflessione interessante proprio sul rapporto fra blogger e aziende. La tesi di Federico suona più o meno così: come si possono considerare autorevoli e affidabili i blogger, visto che sono sempre più “coinvolti” dalle aziende e quindi tendenzialmente magnanimi con le stesse? Alla fine poi propone una sorta di codice deontologico per i blogger stessi.

La provocazione del codice deontologico è interessante, perché apre un quesito tutt’altro che banale. La deontologia presuppone una professione e quindi: esiste la professione di blogger? E se sì, in cosa consiste?

La risposta non è né semplice né immediata. Andiamo con ordine. Per chi lavora, come me nella comunicazione aziendale e si occupa di Web è la norma, ormai, vedere eventi pensati per i blogger (qualcuno ricorda “MeetFs”, al netto delle polemiche che innescò?), cene, inviti a conferenze stampa e presentazioni, invii di prodotti in prova, coinvolgimento di questi personaggi come testimonial o come “detonatori” di viralità nell’ambito di eventi (“chiamiamo un blogger e facciamogli fare il live twitting” si sente dire nelle stanze degli uffici comunicazione di grandi aziende).

I blogger quindi si stanno sempre più definendo come “attori di processi di comunicazione”, forti della loro posizione di “influencers”. Hanno un pubblico e si stanno sempre più avvicinando ad essere “media”. Il loro mestiere è quindi sovrapponibile a quello di un giornalista? Per alcuni sicuramente sì. In particolare quelli che scelgono di “fare informazione” e in molti casi la fanno anche meglio dei giornalisti stessi (rischiando molto e in prima persona), ma sono decisamente una minoranza.

Accanto a questi ci sono quelli che fanno altri mestieri e che utilizzano un blog per dire semplicemente quello che pensano, per contribuire a discussioni e dibattiti. Opinionisti, li potremmo chiamare, apprezzati per la loro preparazione specifica e per il valore delle loro opinioni, sono a tutti gli effetti gli editorialisti della Rete.

In mezzo a queste due “categorie” ci sono tutti i blogger che si specializzano in particolari settori merceologici e instaurano rapporti con questa o quell’azienda. Gli “esperti”, li potremmo chiamare, in grado (così si ritiene) di decretare il successo di un prodotto o affossarne le speranze commerciali. Il post di Federico Evangelisti si riferiva soprattutto a questi, fermo restando che queste tre categorie sono tutt’altro che tre silos stagni, anzi, i confini sono talmente sfumati da essere difficilmente visibili.

E quindi? I blogger fanno tre lavori diversi? In realtà il minimo comun denominatore è che il postare, avere un blog, essere un blogger non è un mestiere ma un mezzo. Oggi il blog serve per ottenere visibilità e farsi un nome, per ottenere commesse, consulenze, contratti, per entrare nel “giro buono”. Insomma il blog è, quasi sempre, uno strumento di personal branding. Anzi, è “LO” strumento. Non sempre e non comunque, sia chiaro, ma la tendenza è indiscutibile.

Così, si diventa blogger per poi riuscire a essere influencers e quindi determinanti per una o più aziende e intrecciare rapporti con queste. Si apre un blog per costruirsi un’autorevolezza in un settore per poi proporsi come consulente o esperto. Si apre un blog e si cerca di diventare “personaggi”, per poi essere chiamati a fare da testimonial o altro. E ancora si apre un blog, si accetta di posizionarlo sulle piattaforme di grandi siti d’informazione, gratuitamente, per ottenere quella visibilità utile a cercare di scavarsi un posto come giornalista o comunque nel mondo dell’informazione.

Che c’è di male in tutto questo? Nulla, in realtà. L’autorevolezza di un blogger dipende dalla community, si dirà, quindi se le persone continuano a seguirlo, vuol dire che, alla fine, non svolge male il proprio “ruolo” informativo o comunque è apprezzato e se da questo trae una qualche forma di vantaggio, fosse pure economico, ben venga.

L’unica cosa che forse val la pena fare è sgombrare definitivamente il campo dall’esistenza dalla categoria dei blogger “puri”, almeno in Italia. secondo i dettami filosofici degli albori della Rete, ovvero quelle voci libere che avevano il compito di nutrire la conoscenza collettiva della Rete, trovando contenuti di valore e mettendoli a disposizione della comunità.

Il blogging è quindi entrato in una nuova dimensione, sempre più a servizio del personal branding del blogger stesso. Si apre un blog per “secondi fini”, il che, di per sé, non è un male. In questo senso, il Web offre una opportunità preziosa, una possibilità che prima non esisteva. Poi, una volta attivi nel grande mare del Web, quel che conta è ciò che sai fare e il valore di ciò che scrivi e questa è una forma di meritocrazia più unica che rara. L’importante è smetterla di ammantare il blogging di significati culturali e libertari che ormai non ha più o ha in forma residuale, per il resto, viva i blog!  

Informazioni su daniele chieffi

Classe 1970, giornalista, capo ufficio stampa Web di Eni. Per quattro anni online media relations manager di UniCredit e per oltre dieci anni a Repubblica, da dove va poi a dirigere la redazione di Vivacity.it, catena di 35 giornali locali online nata su progetto comune Gruppo Espresso Gruppo UniCredit, terzo sito d’informazione d’Italia nei primi anni 2000. Collabora con varie testate online e tiene docenze su temi legati al web e alla comunicazione. ha pubblicato, per il Sole 24 Ore editore, i libri “Online media relations. L’ufficio stampa sulla Rete ovvero il web raccontato ai comunicatori” nel 2011 e "Social Media Relations. Comunicatori e communities, influencers e dinamiche sociali del Web. Le P.R. online nell'era di Facebook, Twitter e Blogger" nel 2013. Sempre nel 2013, per Apogeo "Online Crisis management" e per Franco Angeli "Working on Web. Giornalisti e comunicatori, com non s'inventa una professione". Appena può dà sfogo alle sue passioni: la lettura, la motocicletta, i viaggi e la fotografia.

Discussione

2 pensieri su “Avere un blog non è una professione, è usare uno strumento

  1. Ciao Daniele,
    inizialmente il blog si creava per il puro piacere di raccontare ed esprimersi, poi si è capito che poteva esserci un ritorno e dunque è divenuto un mezzo per raggiungere una “remunerazione” o peggio per sfamare la propria visibilità, tutti cercano la fama, più o meno. Credo che un “blogger” sia puro all’inizio, dopo aver capito i meccanismi cessa di esistere come tale e diventa solo personal branding.
    Viva i Blog !

    Pubblicato da felisiano santoli (@feslan) | 7 giugno 2013, 7:43 AM
  2. Post stupendo, davvero complimenti! Non ti conoscevo e ti ho trovato grazie a #lascia1commento.

    A proposito di quello che hai scritto hai per caso letto l’Osservatorio dei blog italiani prodotto da Imageware? I dati (per quanto statisticamente poco rilevanti) mi sembra confermino quello che hai scritto.

    Pubblicato da Mattia | 7 giugno 2013, 7:51 AM

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